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“Tipping Point”, l’effetto domino del riscaldamento climatico è iniziato

Articolo del 01 dicembre 2019

In questi giorni centinaia fra i media più importanti del mondo hanno riportato la notizia, apparsa nell’edizione dello scorso 27 novembre della prestigiosa rivista scientifica NATURE, secondo cui diversi “Tipping Points”, punti di non ritorno del riscaldamento climatico, sono già stati superati o sono sul punto di esserlo

New York Times, CNN, The Hindu, Hindustan Times, MIT Technology eview, Newsweek, National Geographic, The Guardian, Aljazeera, BBC, The Australian, Business Insider e addirittura Breitbart News, il controverso sito d’informazione nazionalista di estrema destra del discusso Steve Bannon, sono solo alcuni dei media di caratura internazionale che hanno ripreso la notizia di NATURE. 

Il concetto di Tipping Point è stato introdotto nella ricerca sul riscaldamento climatico dal fisico e climatologo tedesco Hans Joachim Schellhuber. Schellhuber, membro dell’IPCC e figura di spicco fra i ricercatori sul riscaldamento climatico più autorevoli al mondo, è stato nel 1992 il fondatore del Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung, uno dei più importanti istituti di ricerca sugli effetti del riscaldamento climatico, che impiega oggi oltre 300 scienziati.

Cosa s’intende per “Tipping Point”

Nell’anno 2000 è apparso in libreria il bestseller "The Tipping Point - How Little Things Can Make A Big Difference” (Il punto critico - I grandi effetti dei piccoli cambiamenti) del giornalista e sociologo canadese Malcolm Gladwell. Nel suo saggio Gladwell descrive e analizza una serie di improvvisi mutamenti sociologici che in breve tempo cambiarono le abitudini e lo stile di vita di milioni di persone. Il meccanismo è semplice: esistono dei punti nevralgici, per esempio in un’impresa, se a uno di questi punti apporti una modifica, anche minima, l’intero sistema ne risente. Costatando che i cambiamenti climatici non sono affatto fenomeni lineari, Hans Joachim Schellhuber è stato il primo climatologo ad applicare questo concetto anche al fenomeno del riscaldamento climatico.

Esempi di “Tipping Point”

Esempi di Tipping Point ce ne sono a bizzeffe, il più noto è certamente quello dell’acqua, il cui stato cambia da solido a liquido quanto si superano i 0°C e da liquido a gassoso, non appena si supera la soglia dei 100°C. Anche noi umani conosciamo dei Tipping Points: quando ad esempio la temperatura del nostro corpo sale di 1 solo grado ci causa malessere, quando ne abbiamo 2° in più abbiamo la febbre, ma se ne abbiamo 5° in più collassano le funzioni dei nostri organi vitali e ne consegue la morte. Le ricerche sul clima di questi ultimi vent’anni hanno portato alla luce tutta una serie di questi punti critici. I più noti riguardano i ghiacci polari, ma non sono gli unici.

Il Tipping Point delle calotte glaciali

Per innescare lo scioglimento delle calotte polari basta che la temperatura in situ superi per un periodo abbastanza lungo i 0°C e che quindi il ghiaccio non possa rinnovarsi a sufficienza nell’inverno successivo. È quello che sta succedendo proprio in questi anni ai nostri due poli. Man mano che il ghiaccio scompare la temperatura aumenta sempre più rapidamente, facendo fondere drmpptr più rapidamente altro ghiaccio, ma anche il permafrost dei territori artici, il quale libera a sua volta enormi quantità di metano, un altro gas a effetto serra 30 volte più potente del CO2, gas che era rimasto inerte, imprigionato nel terreno congelato, per decine di migliaia di anni. Superata una certa soglia di temperatura, lo scioglimento dei ghiacciai diventa così un processo irreversibile, che si autoalimenta. Va evidenziato che in diverse regioni dell’Artico le temperature misurate in questi ultimissimi anni superavano già di 4 a 6 gradi le medie del periodo 1981-2000

I climatologi hanno identificato 9 Tipping Points in grado di scatenare una reazione a catena con conseguenze catastrofiche

Nell’articolo pubblicato su NATURE, sette climatologi di primo piano, fra i quali figura anche Hans Joachim Schellnhuber, lanciano l’allarme, facendo notare che un ecosistema, una volta crollato, non può più essere ripristinato, nemmeno nel caso in cui l’umanità dovesse riuscire a ridurre da un giorno all’altro a zero le sue emissioni di gas serra. Ma vediamo quali sono i 9 Tipping Points di cui parlano nel loro rapporto:

  • La fusione della banchisa dell’Artico
  • La fusione della calotta glaciale della Groenlandia
  • La distruzione delle foreste boreali
  • Lo scioglimento del permafrost
  • L’interruzione della cosiddetta AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), l'importante corrente marina circolare dell’Atlantico settentrionale, che in superficie porta verso nord acqua salina calda, meglio nota come Corrente del Golfo, e spedisce verso sud in profondità acqua fredda in provenienza dal Mare Glaciale Artico, la Corrente del Labrador
  • La distruzione della foresta pluviale amazzonica
  • La distruzione delle barriere coralline
  • Il crollo della calotta polare antartica occidentale
  • Il crollo di parti della calotta polare antartica orientale

Secondo i climatologi diversi di questi Tipping Points sembrano oramai superati. La calotta glaciale dell’Antartico occidentale sta già fondendo in modo inesorabile e quella orientale è sul punto di subire la stessa sorte. Anche in Groenlandia e nell’Artico il ghiaccio sta fondendo in modo drammatico. La corrente del Golfo ha già rallentato del 15% e se non dovessimo riuscire a fermare entro brevissimo tempo questi fenomeni, cosa tutt’altro che probabile, il livello degli oceani salirà inesorabilmente almeno di 10 metri.

Uno scenario cambiato radicalmente

Vent’anni fa si pensava ancora che sarebbe stato necessario un riscaldamento globale di 5°C per far fondere le calotte polari, ora, dopo 20 anni di misurazioni, ricerche e studi scientifici, ci si è resi conto che è bastato un solo grado in più per innescare il fenomeno. Ufficialmente i paesi firmatari dell’accordo sul clima di Parigi si sono impegnati a mantenere il riscaldamento globale entro un limite di 1,5°C, ma in pratica le misure che hanno adottato finora per ridurre le emissioni di gas serra non basterebbero nemmeno a mantenere il riscaldamento sotto i 3°C.

Guardare al passato ci dà un’idea di quel che ci aspetta nel futuro

21'000 anni fa ci trovavamo ancora in piena era glaciale e le temperature erano di soli 3-4 gradi inferiori di quelle di oggi. Questi pochi gradi di differenza avevano fatto sì che in quell’epoca quella che è oggi Nuova York fosse coperta da uno strato di ghiaccio spesso un chilometro. Allora anche tutta la Svizzera, compreso il nostro Cantone Ticino, era coperta da una massiccia coltre di ghiaccio. Sopra quella che è oggi Bellinzona essa raggiungeva i 1'500 metri, sopra Lugano i 900 (fonte: Dipartimento del Territorio del Cantone Ticino). Il freddo intenso aveva imprigionato sui continenti immense masse di acqua sotto forma di sterminate calotte glaciali polari e alpine. In quell’epoca il livello del mare era di 120 metri più basso di quello di oggi, Gran Bretagna ed Europa formavano un’unica massa continentale, al posto del Mare Adriatico c’era una immensa pianura, quasi tutte quelle che oggi sono le isole greche erano parte del continente, lo stretto del Bosforo non esisteva e il Mar Nero era un grande lago di acqua dolce. Circa 12'500 anni fa i ghiacciai cominciarono a ritirarsi e man mano che si scioglievano il livello degli oceani, e di conseguenza anche quello del Mediterraneo, hanno cominciato inesorabilmente a salire. Circa 7600 anni fa il Mare Nostrum ruppe gli argini in quello che è oggi lo stretto dei Dardanelli, nei pressi della moderna Istambul, dando l’avvio a una catastrofe di dimensioni colossali. Secondo ricerche recenti s’è così formata una gigantesca cascata che ha riempito nel giro poco più di 300 giorni con acqua salata l’intero bacino di quello che era allora un lago, trasformandolo nell’odierno Mar Nero e spingendo alla fuga tutte le popolazioni umane che vivevano sulle sue rive. Si è calcolato che durante quest’evento ogni giorno precipitasse nel Mar Nero un volume d’acqua pari a 40 chilometri cubi, 200 volte di più di quella che oggi scende quotidianamente dalle cascate del Niagara, e che ogni giorno il livello del nuovo mare si alzasse di decine di centimetri. Alla fine dell’ultima era glaciale fenomeni analoghi si sono verificati in moltissime altre parti del mondo e sono all’origine di numerosi miti, come quello di Atlantide e quelli sul diluvio universale presenti nelle più svariate culture sparse per tutto il mondo, dalla Scandinavia all’Indonesia, dalla Cina all’Australia e fino in India e nelle Americhe.  

Che cosa ci riserva il futuro

Gli effetti dell’attuale rapido aumento delle emissioni di gas serra e di conseguenza dell’aumento della temperatura globale sono chiari e non lasciano scampo. Gli esperti prevedono una crescita rapida del livello del mare, giganteschi incendi di boschi, siccità estreme e uragani sempre più violenti. Le prime avvisaglie ci sono già anche qui da noi in Europa. In Spagna sta crescendo un deserto... sì, proprio un deserto! Negli ultimi decenni, nel sud-est di questo paese, s’è infatti creata una zona arida di 30'000 km2 e si prevede che questa zona si estenderà entro la fine del secolo al 70% dell’intero territorio spagnolo. Venezia sta sprofondando già oggi nel mare e gli episodi estremi di acqua alta, ossia quelli di più di 140 cm, si fanno sempre più numerosi e ravvicinati. Nell'ultimo mezzo secolo ve ne sono stati ben 18, 14 dei quali dal 2000 in poi, mentre nei 50 anni precedenti sono stati solamente 5. In Svizzera sono già scomparsi oltre 500 ghiacciai e, stando agli esperti, il 90% di quelli rimanenti si saranno liquefatti entro la fine del secolo, mettendo a repentaglio il rifornimento in acqua potabile del nostro paese nella stagione estiva. La Svizzera si riscalda infatti a una velocità doppia rispetto alla media globale. Durante il solo anno appena trascorso i nostri ghiacciai hanno perso il 2% del loro volume. Ma anche altrove la situazione è tutt’altro che rosea: quest’anno sono bruciate immense distese forestali in Siberia, in Alaska, in California, in Brasile e attualmente l’Australia è confrontata all’incendio più colossale della sua storia, con una muraglia di fuoco lunga migliaia di km. Così le foreste, che normalmente dovrebbero riassorbire almeno in parte l'eccesso di CO2 prodotto dalla nostra civiltà industriale, ne hanno invece rilasciato quantità colossali nell’atmosfera. La scorsa estate poi, cosa mai vista finora, nella penisola arabica, in Pakistan e in India si sono raggiunte temperature fino ai 50°C e in Australia poco al disotto, mentre, sempre quest’anno, gli abitanti delle Florida Keys si sono ritrovati per ben 82 giorni con i piedi nell’acqua e potremmo allungare questa lista all'infinito, visto che nuovi record di temperature, siccità, incendi, precipitazioni e uragani cadono oramai a un ritmo quasi settimanale. Ecco perché i ricercatori che hanno pubblicato l’articolo su NATURE ritengono che il tempo stia oramai per scadere e che il clima del nostro pianeta stia giungendo al “Tipping Point”, al punto critico in cui il riscaldamento non potrà più essere fermato.