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Il perché dell’aumento dei disastri meteorologici spiegato in poche parole

Articolo del 17 luglio 2021

Negli ultimi vent’anni le situazioni meteorologiche estreme sono cresciute in modo esponenziale, sia dal punto di vista della loro intensità, sia da quello della loro frequenza. Vediamo il perché

Sembra apparentemente un paradosso: da un lato aumenta la siccità, dall’altro le precipitazioni diventano sempre più intense e catastrofiche. Questa contraddizione è tuttavia solo apparente: in realtà ondate di calore estremo, siccità prolungate e precipitazioni estreme sono strettamente interconnesse.

Ogni grado di temperatura dell’aria in più, significa 7% di precipitazioni in più

Già nel 1834, dunque ben 187 anni fa, il fisico tedesco Rudolf Clasius e l’ingegnere e fisico francese Benoît Paul Émile Clapeyron dimostrarono in un esperimento che, con ogni grado di temperatura in più, l’aria è in grado di assorbire circa il 7% di acqua in più sotto forma di vapore acqueo e quindi anche di liberarsene sotto forma di pioggia.  Per fare un esempio: se a una temperatura di 15°C i grammi di vapore acqueo contenuti in un chilogrammo di aria sono al massimo una decina, a 30°C i grammi di vapore acqueo diventano al massimo 26, cioè più del doppio. Ecco spiegato il motivo per cui un temporale estivo può scaricare in brevissimo tempo una enorme quantità di acqua.

L’aumento della temperatura dell’aria modifica anche il regime dei venti

L’aumento della temperatura dell’aria sta modificando anche il regime dei venti, un fenomeno, questo, non ancora capito nel dettaglio dalla scienza, ma che fa sì che aumentano sia gli episodi di precipitazioni molto intense, sia periodi prolungati di siccità. In Germania, ad esempio, mentre nell’ovest si registravano temporali catastrofici senza precedenti, nell’est i campi di grano erano in fiamme. Idem per gli Stati Uniti, dove alla siccità nell’ovest si appaia il maltempo nell’est.

Il Jet Stream Polare determina la meteo qui da noi

Il motore che alimenta il regime dei venti nelle alle nostre latitudini è il cosiddetto Jet Stream Polare. Si tratta di un fiume di aria che può raggiungere la larghezza di poche centinaia di km e una profondità di 5 km e che scorre a un’altezza variante dai 7’000 ai 12'000 metri da ovest verso est, raggiungendo una velocità fino a 540 km orari. Sul nostro pianeta di jet stream ve ne sono quattro: due jet stream polari, uno dei quali si situa al limite della regione artica e l’altro attorno a quella antartica, e due jet stream subtropicali che separano le regioni tropicali da quelle temperate.

Il Jet Stream Polare rallenta

La velocità e la forza di questi jet stream è determinata dalla differenza di temperatura fra le regioni polari, quelle temperate e quelle tropicali. Più questa differenza è bassa, più i Jet Stream rallentano. Ora sappiamo che il riscaldamento delle regioni polari è tre volte maggiore della media planetaria. Di conseguenza i Jet Stream Polari rallentano. Ecco perché sempre più spesso le zone di alta pressione e quelle di bassa pressione rimangono ferme per giorni e settimane sulle stesse zone. Nel caso dell’alta pressione (situazione anticiclonica) ciò significa bel tempo, ondate di afa e siccità prolungata, come attualmente nell'ovest del continente nordamericano. Nel caso della bassa pressione (zona ciclonica) ciò significa invece piogge intense e prolungate, temporali sempre più violenti e uragani che stanno fermi a lungo sullo stesso luogo, scaricandovi tutta la loro furia, come è successo col tristemente famoso uragano Harvey, che ha colpito il Texas nel 2017, causando danni per ben 125 miliardi di dollari. 

Il fatto che l’aria più calda assorba più vapore acqueo e che le celle temporalesche rimangano stazionarie più a lungo, spiega la ragione per cui negli ultimi anni i periodi di debole pioggerella sono diminuiti, mentre sono aumentati quelli di piogge intense e di temporali particolarmente violenti.

Un fenomeno destinato ad intensificarsi

Per intanto le emissioni di CO2 continuano di anno in anno ad aumentare e con esse aumenta la temperatura del nostro pianeta. Stando alla NASA negli ultimi 15 anni la capacità dell’atmosfera terrestre di trattenere il calore solare è addirittura raddoppiata. Il mondo scientifico è oggi unanime nell’affermare che l’unico modo per interrompere questa spirale infernale è cessare di immettere altro CO2 nell’atmosfera, vietando l’utilizzo di combustibili fossili. A livello politico questo principio è già stato deciso nel 2015 nell’ambito della conferenza internazionale sul clima di Parigi, ma attende tutt’ora di essere implementato.

Tuttavia, anche se dovessimo riuscire a eliminare subito le emissioni di CO2 di origine antropica, il clima non smetterebbe di riscaldarsi. Il sistema climatico è infatti un sistema inerziale. Una volta che, come è attualmente il caso, i gas a effetto serra da noi immessi nell’atmosfera imprigionano sul nostro pianeta più energia calorica di origine solare di quanta ne venga riflessa nello spazio, la temperatura continuerà ad aumentare. Ecco perché, in attesa di essere in grado di riassorbire in un modo o nell’altro questi gas in eccesso, siamo costretti ad adattarci. Ciò significa rendere più resilienti le nostre città alle ondate di calore e proteggere meglio i nostri centri abitati e le nostre infrastrutture da eventi estremi, come le terribili inondazioni verificatesi negli scorsi giorni in Germania.

La violenza dei fenomeni degli scorsi giorni ha sorpreso anche i climatologi

Sono oramai decenni che i climatologi mettono in guardia dal fatto che il surriscaldamento del clima provocherà ondate di calore, siccità e uragani sempre più intensi e dannosi. Tuttavia, in questi giorni, anche i migliori esperti di clima hanno dovuto ammettere di essere stati colti di sorpresa dalla violenza delle inondazioni che hanno colpito la Germania e dall’ondata di calore estremo che ha colpito il Canada e gli Stati Uniti occidentali. Stando ai modelli climatici attuali, situazioni tanto drammatiche erano previste solo verso il 2050.

Per previsioni più precise occorrono strumenti più performanti

Stando alla professoressa Julia Slingo, meteorologa, climatologa ed ex direttrice scientifica del Met Office britannico, gli attuali strumenti con cui vengono effettuate le simulazioni dei vari modelli climatici su cui lavora l'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) non sono in grado di fornire le prestazioni richieste. Occorrono computer molto più performanti. Occorre un centro di calcolo internazionale in grado di permettere un salto di qualità per quel che concerne lo studio dei processi di fisica fondamentale in grado di prevedere situazioni climatiche estreme, come quelle che si sono appena verificate. Senza questo strumento arrischiamo di sottostimare l’intensità, la frequenza e l’impatto di questi fenomeni. In altri termini occorre armarsi di un supercalcolatore, un computer dal costo di centinaia di milioni di Euro, una somma enorme, che appare tuttavia irrisoria rispetto ai costi che questi eventi estremi causano a una società tutto sommato ancora gravemente impreparata ad affrontarli.

Occorre anche che la politica si dia una mossa

Secondo il climatologo Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute For Climate Impact Research, una delle istituzioni scientifiche più prestigiose al mondo, “È giunto il momento di prendere finalmente sul serio la protezione del clima, di considerare davvero la crisi climatica come una crisi, una crisi che deve essere risolta con urgenza, se vogliamo evitare ulteriori sofferenze e costi elevati”.