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La transizione energetica è fattibile anche senza costi supplementari

Articolo del 26 giugno 2020

Ad affermarlo è uno studio appena pubblicato dall’Università di Berkeley, secondo cui gli USA potrebbero arrivare al 90% di elettricità rinnovabile entro i prossimi 15 anni

In Gran Bretagna il 19° e il 20° secolo sono stati i secoli del carbone. All’inizio degli anni 90 le centrali alimentate a carbone fornivano ancora i 2/3 dell’elettricità, ma questo inizio del 21° secolo ha visto un cambiamento radicale ed epocale: la scorsa primavera infatti, per la prima volta da 138 anni, il paese ha vissuto per due mesi filati con elettricità ottenuta senza bruciare un grammo di carbone. Infatti in Gran Bretagna, nel giro di soli 10 anni (2009-2019), la parte dell’energia elettrica generata dal sole e dal vento è passata dal 3% al 37%, mostrando in modo inconfutabile che l’ideale di una società industriale moderna senza combustibili fossili non è affatto una chimera. Le ultime 3 centrali elettriche a carbone britanniche rimaste, che durante questi due mesi di manna rinnovabile hanno dovuto sospendere la loro produzione, saranno smantellate definitivamente entro il 2025. Al posto delle centrali a carbone sono sorti innumerevoli parchi eolici e fotovoltaici che generano una quantità record di elettricità non solo pulita, ma anche a buon mercato. E dire che appena pochi anni or sono molti specialisti affermavano ancora che la Gran Bretagna non avrebbe mai potuto fare a meno delle sue centrali a carbone e che chiuderle avrebbe portato dritto al disastro. Da notare che le centrali a carbone causano 80 volte più CO2 dell’eolico, anche se si tiene conto delle emissioni causate dalla fabbricazione delle turbine eoliche stesse.

USA: il 90% di elettricità rinnovabile entro il 2035 è possibile

Anche negli Stati Uniti le cose stanno cambiando rapidamente. Stando a una analisi appena pubblicata dalla University of California di Berkeley, gli USA potrebbero arrivare al 90% di elettricità rinnovabile entro il 2035, e ciò senza costi supplementari per gli utenti. A renderlo possibile è il rapido calo dei prezzi per le turbine eoliche, i pannelli fotovoltaici e le batterie. Stando agli analisti della banca d’affari americana Lazard, dal 2009 al 2019 i costi dell’eolico sono calati del 70% e quelli dei grandi impianti solari del 90% e, secondo Bloomberg New Energy Finance, i costi delle batterie sono calati nello stesso lasso di tempo di quasi il 90%, di che rendere le energie rinnovabili e il loro stoccaggio non solo competitive nei confronti di quelle fossili, ma addirittura meno care. Gli analisti fanno inoltre notare che i costi di costruzione della maggior parte delle attuali centrali elettriche alimentate con combustibili fossili (carbone e gas fossile) saranno completamente ammortizzati entro il 2035, il che permetterà di chiuderle definitivamente senza generare perdite per i loro proprietari e costi supplementari per i consumatori.

Che non si tratti di mere speculazioni lo dimostra l’esempio della PRPA, la Platte River Power Authority, un’azienda municipalizzata del Colorado, che ha deciso nel 2018 di passare al 100% di elettricità rinnovabile entro il 2030. Proprio questa settimana la Platte River Power Authority ha annunciato che smantellerà entro il 2030, ossia 16 anni prima del previsto, la Rawhide Unit 1, una centrale elettrica a carbone da 280 MW. La progettazione di Rawhide Unit 1 era iniziata nel lontano 1979 e la sua vita operativa era prevista che durasse fino al 2046. Ma in quell’epoca nessuno poteva immaginare che il costo delle rinnovabili sarebbe sceso al livello attuale e che queste ultime sarebbero diventate la scelta preferita delle aziende municipalizzate. Da notare che PRPA gestisce altre due centrali a carbone, la cui chiusura definitiva è prevista per il 2025. Per compensare la chiusura delle sue centrali a carbone la Platte River ha costruito nuovi impianti fotovoltaici per 30 MW, firmato un contratto per la fornitura di 225 MW di energia eolica, cui aggiungerà prossimamente altri 22 MW di energia solare e 2 MWh di capacità di stoccaggio di elettricità in batterie.

Anche investitori e compagnie assicurative iniziano a prendere le distanze dalle fossili

Non deve dunque sorprendere più di quel tanto se i promotori di centrali elettriche alimentate a combustibili fossili e degli stessi produttori di questi combustibili si vendono confrontati a difficoltà crescenti per finanziare i loro progetti. Un esempio in tal senso ci è segnalato in questi giorni dall’Australia, dove dopo la spettacolare decisione del gennaio scorso di BlackRock, la più grande società d’investimento a livello mondiale, di scaricare con effetto immediato dal suo portafoglio globale tutti gli investimenti nel settore del carbone, anche le tre maggiori compagnie d’assicurazione (AXA XL, Liberty Mutual e HDI) hanno denunciato le polizze assicurative che avevano stipulato con la nuova miniera di carbone di Adani nel Queensland e per la ferrovia che dovrebbe permettere di trasportare il minerale dalla miniera stessa fino al porto di Adani’s Abbot Point, da dove verrà poi imbarcato verso le centrali elettriche che ne faranno richiesta. Le tre compagnie, che in un primo tempo avevano assicurato il progetto minerario nella sua fase di realizzazione, hanno infatti annunciato lo scorso mese di gennaio un radicale cambio di passo in campo climatico e il loro ritiro completo dal mercato assicurativo dell’industria del carbone.

Il progetto di miniera di carbone di Adani, noto anche come Carmichael Mine, è un progetto vecchio di 10 anni e avrebbe dovuto sfociare nella realizzazione di una delle miniere di carbone a cielo aperto più grandi del mondo, con fino a 10'000 impiegati diretti. Nel corso degli anni questo progetto ha sempre più infiammato le anime degli ecologisti australiani, generando numerose manifestazioni di protesta, tanto da provocarne un ridimensionamento significativo. Il progetto, che ha ottenuto luce verde l’anno scorso dal governo del primo ministro Scott Morrison, un grande paladino dell’industria del carbone, progetto che è attualmente in corso di realizzazione, prevede soli 1'500 impieghi diretti e ipotizza 6'750 impieghi indotti. Per l’Australia, puntare tutto sulle esportazioni di carbone è oramai diventato un rischio, in particolare se si tiene conto del fatto che il suo prezzo è crollato in meno di 6 mesi di 20$, ossia da 69$ a 49$ a tonnellata.