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Le microplastiche invadono anche la nostra alimentazione

Articolo del 16 giugno 2019

Tramite il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo assumiamo 2'000 microparticelle di plastica in media alla settimana

Pesa circa 5 grammi, ossia l’equivalente di una carta di credito, la plastica che ingeriamo ogni settimana sotto forma di microplastiche, ossia all’incirca 110'000 particelle in un anno. Un kg di pesce o di frutti di mare ne contiene in media 1480, un litro di acqua minerale (in bottiglia di plastica) 95, un metro cubo d’aria una decina. Ne troviamo in abbondanza anche nella birra, nello zucchero, nel sale di mare, nel miele, ecc. La ricerca in merito è stata effettuata da un gruppo di esperti diretti da Kieran Cox, docente all’Università canadese di Victoria, e riassume i risultati di 26 studi internazionali effettuati su un totale di 3’600 campioni di cibi, bevande e aria.

Le microplastiche sono oramai presenti ovunque nel nostro ambiente

Le microplastiche sono frammenti di plastica di dimensioni inferiori a 5 millimetri prodotte ad esempio dall’abrasione dei pneumatici delle nostre automobili, dal lavaggio dei nostri vestiti in fibre sintetiche e dal degrado di oggetti in plastica, come buste, cannucce, spazzolini da denti, ecc. sotto l’influsso degli agenti atmosferici e del turbinio dell’acqua nei fiumi, nei laghi e nei mari. Ne troviamo pure in aggiunta a numerosi prodotti cosmetici e nei dentifrici, dove servono da abrasivi.  La plastica, essendo un prodotto artificiale, non viene smaltita dalla natura come le altre sostanze biologiche, digerite da funghi e batteri, ma viene solo ridotta in miliardi di frammenti sempre più piccoli, che persistono in natura per centinaia di anni.

Oggi le microplastiche sono oramai presenti dappertutto, nell’acqua di falda, nei laghetti alpini, negli abissi oceanici e addirittura nei ghiacci polari. Esse inquinano ogni ecosistema de nostro pianeta. Secondo una ricerca pubblicata l’anno scorso dal prestigioso Fraunhofer Institut, poco meno di un quarto della plastica che viene dispersa nell’ambiente in Germania proviene da macro-plastiche, come ad esempio buste o bottigliette di plastica, il restante 74% viene disperso direttamente sotto forma di microplastiche.  

La plastica alimenta anche il riscaldamento climatico

La plastica non solo inquina, ma è pure una fonte importante di CO2, anzi, addirittura la seconda fonte di CO2 per importanza e quella che cresce più rapidamente, come rivela il CIEL, il Center of International Environmental Law. Secondo le previsioni, entro il 2050 la plastica sarà responsabile del 10-13% delle emissioni di CO2, il che equivale al massimo della quantità di CO2 che la nostra civiltà industriale potrebbe ancora emettere se intende restare al disotto del riscaldamento climatico globale di 1,5°C.

Il problema della plastica in cifre

  • Nel 1950, all’inizio della commercializzazione della plastica, se ne producevano 1,5 milioni di tonnellate all’anno. Oggi se ne producono oltre 300 milioni di tonnellate
  • Dal 1950 al 2017 sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, l’equivalente del peso di 80 milioni di balenottere azzurre del peso di 104 tonnellate ciascuna
  • Di questi 8,3 miliardi di tonnellate di plastica ne sono stati riciclati solo 600 milioni mentre altri 800 milioni sono stati bruciati (statistica 2017)
  • In Europa si ricicla in media il 30% della plastica, in Cina il 25% e negli Stati Uniti solo il 9%. Il tasso di riciclaggio della plastica in Danimarca è del 90%, in Germania del 42%, in Svizzera solo del 25%
  • Ogni svizzero produce in media quasi 100 kg di rifiuti di plastica all’anno, il triplo della media europea
  • Una bottiglia di plastica finita in mare ci mette circa 450 anni per disintegrarsi completamente in minuscole particelle di microplastica
  • Oggi la produzione di plastica consuma l’8% del petrolio estratto a livello mondiale. Secondo le previsioni, questa percentuale dovrebbe salire al 20% entro il 2050
  • Ogni anno muoiono circa un milione di uccelli marini e 600'000 mammiferi marini per aver ingerito plastica
  • Le microplastiche rilasciano nell’ambiente (anche nel nostro cibo) i cosiddetti ftalati, delle sostanze che vengono aggiunte in corso di lavorazione per aumentare la fluidità del materiale, ma che interferiscono col sistema endocrino nostro e dei microorganismi che ci circondano, modificandone le informazioni genetiche. Tutto ciò con conseguenze finora poco studiate sul nostro sistema immunitario e sul nostro cervello
  • L’inquinamento degli oceani con microplastiche compromette il sistema riproduttivo dei cianobatteri, quelli, per intenderci, che producono il 10% dell’ossigeno che respiriamo. Quale sia l’additivo responsabile di questo fenomeno non è dato a sapere, ve ne sono infatti centinaia di diversi. (fonte: Nature Communications Biology)

Ignorato il principio di precauzione

Come spesso accade nella nostra civiltà industriale, quando è in gioco il profitto dell’economia si ignora volutamente il principio di precauzione, ossia quella norma in materia di sicurezza ambientale, adottata nel 1992 a Rio de Janeiro dalla Conferenza sull'Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite, nel quale si afferma che, ove vi siano minacce di danno serio o irreversibile, l’assenza di certezze scientifiche non deve essere usata come ragione per impedire che si adottino misure effettive di prevenzione dirette a prevenire il degrado ambientale.

Non a caso l’incidenza del cancro al seno nelle donne è più che raddoppiata a livello mondiale negli ultimi 30 anni e nessuno sa perché. Nel contempo la fertilità maschile nella nostra vecchia Europa si è dimezzata e anche in questo caso nessuno sa perché. Detto ciò, non vuol dire che i due fenomeni siano legati alla plastica che immettiamo nel nostro ambiente, vuol dire semplicemente che, prima di immettere nuove sostanze nell’ambiente, sostanze con le quali la natura non è mai stata confrontata nei milioni di anni della sua evoluzione, converrebbe studiarne molto, ma molto attentamente gli effetti.