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L'UDC propone un piano per risolvere la crisi energetica della Svizzera, ma è realistico? FACT CHECKING

Articolo del 17 agosto 2022

L'UDC propone un piano da 20 miliardi di franchi per risolvere la crisi energetica della Svizzera, un piano che prevede tra l'altro la costruzione di nuove centrali nucleari, la realizzazione di impianti di stoccaggio per il gas fossile e l'innalzamento immediato delle dighe dei bacini idroelettrici. Ma si tratta di un piano che può funzionare? Abbiamo proceduto a un meticoloso FACT CHECKING

"Caos, povertà, fame, freddo, morte". L'UDC non risparmia gli scenari dell'orrore quando si parla di possibili carenze di gas e di elettricità nel prossimo inverno. “La Svizzera sta affrontando una crisi energetica di proporzioni senza precedenti, con conseguenze catastrofiche per tutti noi", avverte il partito, che chiede di abbandonare l’attuale politica energetica della Svizzera con l’argomento che essa sarebbe responsabile dell'imminente carenza di energia. Secondo l’UDC, questa crisi sarebbe la logica conseguenza della Strategia energetica 2050, adottata dal nostro paese dopo il devastante incidente alla centrale nucleare di Fukushima in Giappone.

La colpa non sarebbe quindi di Vladimir Putin e della sua guerra di aggressione all’Ucraina, che ha bloccato le forniture russe di gas e petrolio all’Europa. La colpa sarebbe invece della sinistra svizzera e dei Verdi, in particolare della ministra dell'Energia Simonetta Sommaruga. Essa avrebbe "deliberatamente ritardato l'espansione della produzione nazionale di energia elettrica per instaurare un'eco-dittatura", accusa Thomas Aeschi, il presidente del gruppo parlamentare dell’UDC.

In base alla sua “analisi”, l’UDC pretende che la consigliera federale Sommaruga nomini immediatamente un cosiddetto “Strom-General”, ossia un plenipotenziario in campo energetico, oppure che il Consiglio federale le ritiri il dossier sull’energia. Secondo l’UDC “la situazione è grave: dobbiamo agire immediatamente se non vogliamo rimanere al freddo e al buio. Ora abbiamo bisogno di una chiara leadership e non di fantasticherie rosso-verdi

Tra le varie misure proposte dall’UDC la più importante è un piano di 20 miliardi di franchi

  • per mantenere in funzione le centrali nucleari esistenti
  • per la pianificazione e la realizzazione immediata di centrali nucleari di ultima generazione
  • per la realizzazione di impianti di stoccaggio di gas
  • e per l'innalzamento immediato delle dighe

 

Tutto ciò, ovviamente rimandando alle calende greche gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 e sospendendo il diritto di ricorso delle associazioni ambientaliste nell'ambito dello sviluppo idroelettrico

L’analisi dei fatti dimostra però che queste proposte portano in un vicolo cieco e che non contribuiscono affatto a risolvere la crisi energetica attuale, che al contrario la aggravano.

Per quel che concerne il mantenimento delle centrali nucleari esistenti va notato che non è mai stata fissata una data per il loro smantellamento. L’uscita dal nucleare appare dunque musica del futuro

La Strategia energetica 2050 della Svizzera, proposta dal Consiglio Federale nel 2011 e approvata in votazione popolare nel 2017 con il 58,2% di SI, si basa su tre pilastri principali: l’uscita graduale dall'energia nucleare, la riduzione degli sprechi di energia e l'espansione delle energie rinnovabili. Per quanto riguarda questi due ultimi aspetti, fin dal 2010, l'anno precedente il disastro di Fukushima, sono stati fatti notevoli progressi.

  • Finora, l'abbandono del nucleare s’è limitato alla chiusura della centrale nucleare di Mühleberg, che è stata tolta dalla rete alla fine del 2019. Le altre quattro centrali nucleari svizzere, ossia Beznau I e II, Gösgen e Leibstadt, continuano a produrre allo stesso ritmo di sempre. Una data per un eventuale smantellamento delle centrali nucleari svizzere non è mai stata fissata.
  • La chiusura di Mühleberg, ha tolto alla Svizzera circa 3 terawattora (TWh) di elettricità. Ma dal 2010 sono stati aggiunti 3,4 TWh di elettricità da fonti rinnovabili. La chiusura di Mühleberg è quindi già stata più che compensata con le rinnovabili e ciò tenendo conto che il consumo di elettricità del nostro paese negli ultimi 10 anni è rimasto abbastanza stabile e che si aggira attorno a 57 TWh.
  • Indipendentemente dalla decisione di uscire progressivamente dal nucleare, oggi l’energia elettrica prodotta da Mühleberg mancherebbe comunque, perché la BKW Energie aveva già deciso di smantellare questa centrale nel 2008, all’epoca prevedendo di costruire sullo stesso sito una nuova centrale nucleare, un progetto poi abbandonato. Anche se la nuova centrale di Mühleberg fosse stata messa in cantiere, oggi la sua costruzione non sarebbe ancora terminata, perché la sua messa in funzione era prevista al più presto per il 2023 e realisticamente non prima del 2025.
  • Da notare che la BKW Energie presentò ufficialmente al DATEC la domanda di smantellamento della centrale nel 2015, adducendo motivi di redditività. La sua messa a norma ai criteri di sicurezza più severi varati all’indomani della catastrofe di Fukushima sarebbe stata infatti troppo cara per questa centrale vecchia di mezzo secolo. Mühleberg cessò quindi la sua attività a fine 2019 e il suo smantellamento dovrebbe durare 14 anni, ossia fino al 2034.
  • A causa delle norme di sicurezza più rigorose imposte alle centrali nucleari dopo il disastro di Fukushima, la Svizzera si troverebbe dunque in questo 2022 allo stesso punto in cui si trova attualmente, anche senza la Strategia energetica 2050, anzi, la situazione potrebbe addirittura essere peggiore, perché è poco probabile che senza la Strategia energetica 2050 nel frattempo si sarebbe aggiunta così tanta energia rinnovabile.
  • La sola cosa che si può rimproverare al nostro governo federale è di non aver fatto realizzare delle centrali elettriche a gas. Infatti Doris Leuthard, l'allora ministra dell'Energia, aveva ripetuto a più riprese che una o due centrali a gas avrebbero potuto essere necessarie almeno per il periodo di transizione o per sopperire al calo di produzione del fotovoltaico in caso di maltempo. Resta però da capire in che modo la Svizzera riceverebbe oggi dalla Russia il gas necessario a farle funzionare.
  • Va poi notato che fino ad oggi, non solo la Russia è stata il principale fornitore di gas all’Europa e alla Svizzera, ma che anche le centrali nucleari del nostro continente, fra cui anche quelle svizzere, funzionano per una parte importante grazie all’uranio importato dalla Russia.
  • Occorre pure ricordare che le centrali nucleari non sono affatto una panacea alla penuria di elettricità. Infatti, durante i mesi estivi, quelli che negli ultimi anni sono oramai diventati canicolari e in cui sempre più persone utilizzano impianti di climatizzazione per rinfrescare le loro abitazioni, ebbene proprio in estate molte centrali nucleari sono costrette a ridurre la produzione di elettricità a causa della penuria di acqua. Infatti, per la crescente siccità, in estate nei nostri fiumi c’è sempre meno acqua e quella poca rimasta è troppo calda e non permette di raffreddare a sufficienza reattori che funzionano a pieno regime. Per citare un solo esempio: nell’estate del 2022 la centrale nucleare francese di Saint Alban, che ha una potenza di 1'300 megawatt, è stata costretta di ridurre le sue forniture di elettricità a soli 260 megawatt. Ciò spiega perché la Francia, che dispone di ben 56 reattori nucleari, i quali fino a pochi anni le permettevano di esportare grandi quantità di energia nucleare, s’è vista costretta nell’estate 2022 a importare elettricità dall’estero. Da notare che il fabbisogno in acqua delle centrali nucleari francesi rappresenta ben il 30% del consumo idrico nazionale, un dato particolarmente significativo e allarmante in tempi di siccità e di carenza idrica.
  • Da ultimo va notato che la Svizzera non è un’isola felice in materia di energia elettrica, ma che è integrata nel mercato europeo di elettricità: in inverno importa elettricità dai paesi limitrofi, mentre in estate ne esporta. Si tratta di cifre che possono variare molto da un anno all’altro. Ecco perché il nostro paese è anche vulnerabile a quanto accade in questo campo nel resto dell’Europa. Nel 2019, ad esempio, il nostro paese ha importato 29.5 miliardi di kWh di elettricità e ne ha esportati 35.8 miliardi, realizzando un saldo positivo pari a 6,3 miliardi di kWh. Nel 2021, invece, la produzione svizzera di elettricità è calata dell’8.2%, e ciò principalmente a causa del calo del 19,4% della produzione di energia nucleare indigena a seguito della revisione della centrale nucleare di Leibstadt, una revisione che è durata più mesi. Di conseguenza le importazioni sono aumentate a 31,5 miliardi di kWh e le esportazioni calate a 29,1 miliardi di kWh, quindi con un saldo negativo di 2.4 miliardi di kWh.

 

Per quel che concerne invece “la pianificazione e la realizzazione immediata di nuove centrali nucleari di ultima generazione” auspicata dall’UDC, va detto che il termine “immediato” appare un vero e proprio eufemismo

  • La pianificazione di una centrale nucleare di ultima generazione richiede tempi biblici, ossia fino a un decennio e la sua costruzione può protrarsi anche per oltre 10 anni.
  • Le centrali atomiche di nuova generazione (EPR), sviluppate dopo la catastrofe di Fukushima, sono inoltre 4 volte più care del previsto e la loro costruzione soffre di numerosi problemi tecnici e di enormi ritardi, come lo dimostrano l’unica finora funzionante in Europa e le altre 2 ancora in fase di realizzazione, sempre su suolo europeo.  
    • La centrale finlandese di Olkiluoto 3, il cui costo era stato preventivato a 3 miliardi di euro, è costata al finale 11 miliardi e la sua costruzione s’è protratta per ben 17 anni, dal 2005 al 2022.
    • L’attivazione della centrale nucleare di Flamanville 3, la cui costruzione è iniziata nel 2007, era prevista inizialmente per il 2012, ma ha dovuto essere posticipata a più riprese ed è ora prevista per il 2023. I suoi costi sono lievitati dai 3,3 miliardi di euro previsti inizialmente a ben 12,7 miliardi.
    • Idem per la centrale EPR britannica di Hinkley Point C, la cui costruzione è iniziata nel 2008 e che dovrebbe entrare in funzione nel 2027, e i cui costi sono oramai lievitati a oltre 30 miliardi di euro.
  • La tecnologia nucleare di nuova generazione (EPR), appare per intanto una tecnologia poco affidabile e s’è rivelata un fiasco dal punto di vista economico. Non sono solo le tre centrali EPR europee (Olkiluoto 3, Flamanville 3 e Hinkley Point C) ad aver subito enormi problemi tecnici, ma anche dall’altra parte del mondo, in Cina, uno dei due reattori EPR della centrale di Taishan è fermo da un anno per anomalie e usura dei materiali, e ciò ad appena 3 anni dalla sua messa in funzione.
  • Va poi precisato che l’elettricità prodotta da una centrale nucleare è 4 volte e mezza più cara di quella prodotta tramite il fotovoltaico, e non parliamo qui nemmeno dei nuovissimi reattori EPR. Stando al World Nuclear Industry Status Report (WNISR), il rapporto annuale stilato da un gruppo di esperti internazionali indipendenti, nel 2020 produrre 1 kilowattora (kWh) di elettricità con il fotovoltaico è costato in media nel mondo 3,5 centesimi di euro e con l'eolico 3,79 centesimi. Produrre lo stesso kilowattora con il gas è costato 5,59 centesimi, con il carbone 10,61 centesimi e con il nucleare 15,44 centesimi di euro. Queste cifre non tengono nemmeno conto del massiccio aumento del prezzo dei combustibili fossili a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Da notare che la realizzazione della centrale EPR Hinkley Point C è stata resa possibile soltanto perché il governo britannico ha accettato di sovvenzionarla sotto forma di un prezzo garantito per l’acquisto dell'energia elettrica da essa prodotta. Stando alla BBC, si calcola che nel corso degli anni questa “sovvenzione” costerà ai contribuenti britannici la bellezza di 100 miliardi di euro. Dal punto di vista economico non fa dunque alcun senso costruire nuove centrali nucleari. Non a caso nel corso degli ultimi decenni, nella produzione di elettricità, la parte del nucleare è calata a livello globale da un massimo del 17,5%, registrato nel 1996, al 10,1% nel 2020.
  • Contrariamente ai tempi biblici necessari alla progettazione e alla costruzione delle nuove centrali nucleari, l’impianto fotovoltaico più grande del mondo, il Bhadla Solar Park nello stato indiano del Rajasthan, è stato realizzato in nemmeno una manciata di anni. Esso ha una potenza complessiva di 2’245 MW di elettricità rinnovabile, ossia il doppio della più grande centrale nucleare svizzera, quella di Leibstadt, che ha una potenza di 1’165 MW e che è entrata in funzione nel 1984, vent’anni dopo i primi lavori di progettazione. Da notare che il Bhadla Solar Park è costato soli 1,13 miliardi di Euro e che produce elettricità al costo di 3 centesimi di euro al kWh.
  • Al di là del pericolo rappresentato dalle centrali nucleari per la popolazione residente da  incidenti come quelli celebri di Three Mile Island negli USA, di Cernobyl nell’URSS o di Fukushima in Giappone, la guerra in Ucraina ha mostrato in modo lampante, che in caso di conflitto armato anche un’istallazione nucleare civile può diventare una vera e propria bomba atomica. Ciò specialmente se l’aggressore, come nel caso della Russia, se ne fotte di mettere in pericolo anche la popolazione civile. Appena un anno fa, nessuno avrebbe mai immaginato che il più grande impianto nucleare europeo sarebbe stato oggetto di un attacco militare e imbottito di soldati e armi. Ecco perché, in caso di guerra, la sicurezza per le centrali nucleari non esiste.   
  • Detto ciò, occorre infine ricordare, che a distanza di 60 anni dall’inizio della costruzione della prima centrale nucleare svizzera, quella di Lucens*), la NAGRA è tuttora alla ricerca del luogo ideale dove realizzare un deposito per lo stoccaggio definitivo delle scorie altamente radioattive generate dalle centrali nucleari svizzere. Per chi l’avesse dimenticato, queste scorie per perdere la metà della loro carica radioattiva necessitano di ben 24mila anni e per estinguerla completamente addirittura di 3 milioni e mezzo di anni.

 

Per quel che concerne l'innalzamento immediato delle dighe, occorre rilevare che già oggi i bacini d’accumulazione stentano a riempirsi e che, con la rapida fusione dei ghiacciai alpini, questo trend è destinato a intensificarsi, inoltre

  • L'energia elettrica ticinese dipende dall’acqua. Il 94,2% del totale prodotto, proviene infatti da impianti idroelettrici. Nell’estate 2022 era però proprio l’acqua a mancare perché l’assenza di neve e le scarse piogge avevano ridotto le riserve idriche ai minimi. Così a giugno il livello dei bacini d’accumulazione per la produzione di elettricità era ai minimi, ossia ridotto al solo 27,3%, all'incirca la metà del livello mediano di riempimento registrato negli anni precedenti. L’idroelettrico è dunque estremamente sensibile alla siccità, proprio nel momento in cui ci sarebbe maggiormente bisogno di grandi quantitativi di acqua.
  • Stando a uno studio del Politecnico di Zurigo, in futuro un numero considerevole di aziende idroelettriche potrebbero rinunciare al rinnovo dei loro impianti per motivi di redditività e ciò in particolare in vista della liberalizzazione del mercato dell’elettricità. Infatti l’idroelettrico è più caro del fotovoltaico e dell’eolico, come mostra la tabella seguente di statista.com

     Tipo di centrale idroelettrica                             prezzo medio al kWh (2011-2016)

     Centrale idroelettrica ad acqua fluente                                     5.6 centesimi di franco

     Centrale idroelettrica ad accumulo                                           6.9 centesimi di franco

     Centrale idroelettrica con sistema di pompaggio                      7.8 centesimi di franco

     Costo medio al kWh                                                                6.6 centesimi di franco

  • Come abbiamo visto la costruzione di nuove centrali nucleari e a gas non può risolvere la crisi energetica della Svizzera, ma una soluzione intelligente a questo problema ovviamente esiste. Si tratta di combinare il fotovoltaico, l’eolico e l’idroelettrico. In altri termini di incrementare in modo sostanzioso la produzione di elettricità col fotovoltaico e coll’eolico e di utilizzare l’energia accumulata nei bacini idroelettrici soltanto quando l’energia fotovoltaica ed eolica non è disponibile o è disponibile solo in quantità insufficiente, ossia di notte, nei periodi di maltempo e in caso di mancanza di vento. In questo senso una soluzione esemplare viene dalla Cina, dove la superficie di un grande bacino d’accumulazione di una centrale idroelettrica è stata ricoperta da un impianto fotovoltaico galleggiante altrettanto vasto. Quando quest’ultimo produce elettricità a sufficienza, le turbine della centrale idroelettrica sono ferme e si risparmia acqua per quando il fotovoltaico non ne produce per mancanza di sole. Un impianto di questo tipo ha addirittura un triplice vantaggio: esso permette anche di limitare massicciamente l’evaporazione dell’acqua del bacino d’accumulazione e di pomparne dentro altra dai fiumi, quando il fotovoltaico produce elettricità in eccesso. In altre parole il bacino d’accumulazione funge da “batteria” per l’impianto fotovoltaico, una soluzione che sarebbe facilmente realizzabile anche in Svizzera.

 

*) La centrale nucleare di Lucens

Nel 1962 iniziò nella località romanda di Lucens la costruzione di un reattore nucleare sperimentale. Si era in piena guerra fredda e quindi la centrale nucleare fu costruita in una caverna sotterranea, la quale, come i bunker realizzati nelle Alpi, aveva lo scopo di proteggere il reattore in caso di guerra. A Lucens si scavò nella montagna un tunnel lungo 100 metri che conduceva a tre caverne sotterranee: una destinata al reattore, la seconda alla sala macchine con le turbine e i generatori e la terza all'impianto di stoccaggio delle barre di combustibile. La centrale iniziò a produrre energia il 29 gennaio del 1968. Quasi esattamente un anno dopo, il 21 gennaio del 1969, a causa di un problema di corrosione si verificò un'esplosione all'interno del reattore. Una barra di combustibile all'uranio, la numero 59, si surriscaldò, iniziò a fondere e poi a bruciare, coinvolgendo anche le barre vicine. Iniziò così la fusione del nucleo del reattore. Fu l’avvio del più grave incidente nucleare cui sia stato confrontato il nostro paese. Alla fine il reattore esplose e il materiale radioattivo, circa 1100 chilogrammi di acqua pesante, uranio-magnesio fuso e gas di raffreddamento contaminato radioattivamente, furono scaraventati attraverso la caverna del reattore. La parete in alluminio, asfalto e cemento della camera di contenimento, spessa 60 centimetri, fu spazzata via dalla pressione dell'esplosione e i gas radioattivi fuoriuscirono attraverso le falle verificatesi nella caverna fino alla sala di controllo. Grazie al fatto che il reattore era stato costruito all’interno della montagna, solo poca radioattività fuoriuscì dalla caverna e la popolazione non fu contaminata radioattivamente. All’epoca la vera entità del guasto fu quindi taciuta e l'annuncio ufficiale parlò solo di un "incidente", ma oggi Lucens figura nella lista dei 20 guasti più gravi occorsi a reattori nucleari nel mondo.