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Gli effetti deleteri della bioenergia sul clima e sulla biodiversità

Articolo del 24 aprile 2022

Rinnovabile non rima necessariamente con lotta contro il surriscaldamento del clima. Ad affermarlo sono gli esperti dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico. Nel loro recente rapporto, in cui da un lato si ribadisce la necessità di tagliare rapidamente le emissioni di CO2 per evitare il disastro climatico, dall’altro si mette in guardia dal tagliare alberi per utilizzarli come sedicente “combustibile rinnovabile”  

Fino a qualche tempo fa le bioenergie erano considerate benefiche per il clima, perché in teoria rinnovabili, tant’è vero che l’IPCC calcolava che queste bioenergie, abbinate alla cattura e allo stoccaggio del carbonio, avrebbero permesso di rimuovere dall’atmosfera fino a 16 miliardi di tonnellate di CO2 all'anno. A prima vista questo tipo di energie rappresentava dunque un tassello importantissimo nella lotta contro il surriscaldamento del clima e taluni le consideravano addirittura come la vera e propria panacea. Calcoli più recenti hanno tuttavia ridimensionato in modo drastico i benefici climatici attribuiti alle bioenergie, che in taluni casi rilasciano addirittura più CO2 di quanto la vegetazione è in grado di stoccare. In realtà queste energie sarebbero in grado di rimuovere dall'atmosfera appena 2.5 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, cifra che va messa in relazione con gli oltre 36 miliardi di tonnellate emessi nel 2021. Va poi sottolineato che, sempre secondo gli esperti dell’IPCC, la loro diffusione su larga scala comporta gravi rischi sia sul piano sociale, sia su quello della biodiversità. Le bioenergie hanno infatti come corollario il degrado del terreno, il calo della produzione alimentare, il calo delle risorse idriche, la desertificazione e l’inquinamento del suolo.

Le bioenergie hanno un forte impatto negativo su terreni e biodiversità

Proprio l’anno 2021 ha portato prove inconfutabili su questi impatti negativi delle bioenergie. In Estonia, ad esempio, il disboscamento di aree protette è diventato così preoccupante da costringere il governo di Tallin ad imporre una moratoria sul disboscamento in queste aree. Analisi delle immagini satellitari mostrano inoltre che il disboscamento delle foreste per la produzione di pellet nel sud-est degli Stati Uniti supera oramai la loro crescita, annientando così la loro funzione di cattura per il CO2. Brasile e Argentina producono dal canto loro enormi quantità di biocarburanti a partire da mais, sorgo, patate, frumento, canna da zucchero, girasoli, soia, ecc., coltivazioni che occupano vaste aree di terreni coltivabili, che sono a loro volta all’origine di una massiccia deforestazione, dell’inquinamento del suolo con pesticidi e fertilizzanti e di un calo drammatico della biodiversità.

Sovvenzioni controproducenti per il clima

Secondo il nuovo rapporto dell’IPCC rilasciato lo scorso mese di marzo, la diffusione massiccia delle bioenergie comporta più rischi che vantaggi e non appare una strategia praticabile per rimuovere l’eccesso di carbonio dall’atmosfera. Se l’IPCC esorta dunque i governi a tagliare al più presto e in modo drastico le emissioni di carbonio prodotte dal consumo di carburanti fossili, esso li esorta pure a proteggere le foreste e a non fare affidamento alle bioenergie per combattere il surriscaldamento del clima, ma di usare questo tipo di energie solo in modo marginale, per esempio impiegandole soltanto per il riciclo di materiale vegetale di scarto.

Nell’ottica della lotta al surriscaldamento del clima, molti paesi hanno purtroppo deciso di sovvenzionare le bioenergie, optando per la politica del "coltivare campi per produrre combustibile", una politica che in realtà ha come effetto di aumentare le emissioni di gas a effetto serra, spostando semplicemente altrove la produzione di cibo e causando ulteriore deforestazione in altre parti del mondo. Ecco perché i nostri governi devono smettere di distribuire sovvenzioni ai produttori e ai consumatori di bioenergia e reindirizzare invece questi fondi a tecnologie che riducano effettivamente le emissioni di gas a effetto serra, come ad esempio l’eolico, il fotovoltaico, l’isolamento degli edifici, l’efficienza e il risparmio energetico. 

500 scienziati chiedono di smettere di bruciare alberi per produrre energia

Val la pena qui ricordare la lettera inviata nel febbraio dell’anno scorso da oltre 500 eminenti scienziati ed economisti ai presidenti di Stati Uniti, Unione Europea, Giappone e Corea del Sud e in cui si sottolineavano in particolare i seguenti cinque punti negativi delle bioenergie:

  • La bioenergia prodotta col legno delle foreste non è neutrale dal punto di vista climatico.
  • Contabilizzare il consumo di bioenergia forestale come neutrale dal punto di vista climatico alimenta il surriscaldamento del clima.
  • Utilizzare legname al posto del carbone o del gas per produrre elettricità, anche se le foreste sono coltivate in modo sostenibile, aggiunge ulteriore CO2 all'atmosfera, CO2 che vi rimarrà per parecchi decenni o addirittura per secoli e quindi non permette di limitare il riscaldamento globale a 1,5 o 2°C.
  • Bruciare legna è il modo meno efficiente per produrre energia. Per ogni chilowattora di calore o elettricità prodotta, l’uso del legno aggiunge all’aria da due a tre volte più carbonio rispetto all’utilizzo di combustibili fossili.
  • Certo, la ricrescita degli alberi potrebbe alla fine compensare queste emissioni di carbonio, ma la loro ricrescita è molto lenta e richiede troppo tempo, proprio quello di cui non disponiamo per risolvere il problema del surriscaldamento del clima.

Ecco perché, sottolineavano i firmatari della lettera, per raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, occorre non solo conservare, ma anche ripristinare le foreste laddove sono andate distrutte.

“Bruciare gli alberi non è una soluzione per il clima” è anche il titolo della petizione lanciata da 117 organizzazioni ecologiste, firmata da quasi 300’000 persone e che è stata consegnata ai responsabili dell’Unione Europea. Per ricatturare il CO2 prodotto in poche ore dalla combustione di un albero, il suo “successore” impiegherà infatti almeno un secolo. Detto in modo semplice: gli alberi sono più preziosi da vivi che da morti, sia per il clima, sia per la biodiversità. Per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di carbonio nel 2050, i nostri governi dovranno quindi impegnarsi a fondo non solo per preservare le foreste esistenti, ma anche per ripristinare quelle andate perse, e non certo sovvenzionare chi le taglia per ricavarne energia.