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Danni per 3'640 miliardi di dollari dovuti alla meteo dal 1970 ad oggi

Articolo del 17 settembre 2021

Negli ultimi 50 anni le oltre 11’072 catastrofi dovute ad eventi meteorologici estremi, ossia uragani, inondazioni, siccità e ondate di calore, in altre parole al clima, hanno causato la morte di oltre 2 milioni di persone e danni per 3'640 miliardi di dollari

A rivelarlo è la seconda edizione del “WMO Atlas Of Mortality And Economic Losses From Weather, Climate And Water Extremes (1970–2019)”, un rapporto stilato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale con il supporto di ricercatori di una quindicina fra organizzazioni internazionali e i principali servizi meteorologici nazionali di 6 continenti. Da notare che dal 1970 al 2019 di disastri naturali il nostro pianeta ne ha visti complessivamente ben 22'326, con oltre 4 milioni e mezzo di morti e quasi 5'000 miliardi di dollari di danni, ma solo circa la metà di questi disastri sono attribuibili al clima e questi ultimi hanno causato il 74% delle perdite economiche. Fra i disastri naturali non presi in considerazione in questo rapporto vi sono ad esempio i terremoti, gli tsunami e le eruzioni vulcaniche.

In 50 anni i danni dovuti al maltempo si sono moltiplicati per 8

Ovviamente non è sempre facile distinguere se l’origine di una catastrofe naturale è dovuta semplicemente alla variazione naturale della meteo o se è dovuta al surriscaldamento del clima provocato dalle attività umane. Se la media giornaliera dei danni registrati durante gli ultimi 50 anni ammonta a 202 milioni di dollari, quel che salta immediatamente all’occhio nel rapporto è invece il fatto che nello stesso lasso di tempo il numero di eventi meteorologici estremi è stato moltiplicato per 7 e con essi sono aumentati in modo massiccio anche i danni. Negli anni ’70 i disastri meteorologici causavano in media danni per 49 milioni di dollari al giorno. Nel decennio dal 2010 al 2019 la somma media di questi danni è salita a 383 milioni di dollari al giorno. Causa principale di quest’aumento sono gli uragani, la cui violenza è in continuo aumento. Infatti mentre dal 1950 al 1970 si sono contati appena 4 uragani con venti uguali o superiori ai 250 km/h, dal 2000 al 2020 se ne sono contati ben 24, fra cui l’uragano Patricia che nel 2015 ha generato dei venti di 345 km/h, da cui è nata la proposta di aggiungere alle attuali 5 categorie di uragani una sesta categoria per i super uragani.

La maggior parte dei morti si registra nel terzo mondo, la maggior parte dei danni nei paesi industrializzati

L’impatto economico e umano di questi disastri viene calcolato secondo modalità diverse dalle Nazioni Unite e dalla Banca Mondiale. Ma sebbene le loro metodologie divergano parecchio, esse rivelano entrambe che la maggior parte dei decessi causati da eventi meteorologici e climatici estremi s’è verificata nei paesi in via di sviluppo, mentre i paesi industriali hanno dal canto loro subito la maggior parte delle perdite economiche.

Secondo la classificazione delle Nazioni Unite, il 91% dei decessi registrati s’è verificato nei paesi in via di sviluppo, mentre il 59% delle perdite economiche sono state registrate nelle economie sviluppate.

Secondo la classificazione della Banca Mondiale, l'82% dei decessi s’è verificato in paesi a reddito basso e medio-basso, mentre l’88% delle perdite economiche si sono registrate in paesi a reddito medio-alto e alto.

Mentre i danni aumentano in modo massiccio i morti diminuiscono

Da notare che Katrina, Harvey, Maria, Irma, Sandy e Ike, uragani che tutti hanno imperversato negli ultimi vent’anni, ebbene questi soli 5 uragani hanno provocato negli Stati Uniti danni per ben 478 miliardi di dollari. Se da un lato i danni sono aumentati in modo massiccio, dall’altro il numero di morti è invece calato, anche grazie a sistemi di allerta sempre più performati e precisi e ai tempestivi interventi di soccorso. Negli anni ’70 i morti da disastri climatici erano in media 55’600 all’anno, dal 2010 al 2019 sono scesi a una media di 18’500 all’anno.

Un fenomeno nuovo in questo inizio del 21esimo secolo: le mortali ondate di calore

In questi ultimi due decenni le ondate di calore si sono fatte molto più frequenti ed estreme. Da noi in Europa l’ondata di calore estremo dell’estate 2003 ha fatto 72'210 morti, 1'039 dei quali in Svizzera. Quella del 2010, che ha colpito la Russia, ha provocato la morte di 55'736 persone. Proprio quest’estate sono stati battuti tutta una nuova serie di record di temperatura: 48.8°C in Sicilia, 49.6°C a Lytton in Canada, 46.6°C a Portland negli Stati Uniti occidentali, 53.5°C ad Al-Jahra nel Kuwait, 54.4°C nella Death Valley in California, 35.1°C a Yakutsk in Siberia. Ma non è tutto, Verkoyansk, una cittadina siberiana situata a nord del circolo polare artico, ha visto l’anno scorso la colonnina di mercurio salire a 38°C, mentre a Bagdad, la capitale dell’Iraq, il termometro segnava 51.8°C, quasi un grado in più del precedente record che datava solo del 2015. Sempre nel 2020 anche l’Antartide ha segnato un record, con ben 18.3°C nel mese di luglio

Gli effetti indiretti del surriscaldamento del clima

Oltre alla perdita di vite umane a causa dll'impatto diretto di eventi meteorologici estremi, come uragani, inondazioni e ondate di calore, il surriscaldamento del clima provoca anche molti altri disagi che diventano una causa indiretta di mortalità, come l'interruzione dei servizi sanitari, la diffusione di malattie trasmissibili e danni alle infrastrutture critiche, ecc. Inoltre, il periodo di tempo che passa fra l'esposizione di una persona a un pericolo che può portare alla morte e la sua eventuale morte può variare ampiamente, il che rende difficile l'attribuzione diretta della morte a un'emergenza o a un disastro. L'interruzione delle cure per persone in condizioni croniche, come per esempio quelle malate di diabete, di malattie cardiovascolari o di cancro, può portare alla morte anche mesi o anni dopo l’evento. Questo fatto può essere ben evidenziato prendendo l’esempio dell’impatto dell’uragano Maria che ha colpito Puerto Rico nel settembre del 2017, causando enormi danni anche alle infrastrutture, in particolare al sistema ospedaliero. Mentre all’inizio il numero di morti dovuti all’impatto diretto dell’uragano fu stimato a 16, qualche mese dopo questo numero salì a 64. Uno studio approfondito, pubblicato nel maggio del 2018, ha tuttavia stimato il numero di morti in eccesso dovuti a questo uragano a ben 5’740, una cifra quasi novanta volte superiore alle stime originali, la maggior parte dei decessi era infatti avvenuta solo settimane e mesi più tardi a causa dell’impatto sulla salute dovuta all'interruzione dei servizi sanitari, elettrici e idrici, causata dall'uragano Maria.