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La corrente del Golfo potrebbe collassare entro i prossimi 5 decenni

Articolo del 06 agosto 2021

In uno studio coordinato dall’Università di Copenhagen e dal Potsdam Institute for Climate Impact Research e realizzato nell’ambito del progetto europeo TiPES, i climatologi hanno rilevato segni precursori di un collasso della Corrente del Golfo, uno dei principali “Tipping Points” del clima del nostro pianeta

La Corrente del Golfo è parte di un complesso sistema di correnti marine che trasporta acqua calda dai tropici alla superficie dell'oceano verso il nord e acqua fredda a maggiori profondità verso il sud. La Corrente del Golfo nasce nel Golfo del Messico, da cui il suo nome e trasporta acqua calda tropicale verso il nord dell'Oceano Atlantico. Questa corrente è di vitale importanza non solo per il clima dei paesi europei che si affacciano direttamente sull'Atlantico, ossia: il Portogallo, la Spagna, la Francia, l’Irlanda, la Gran Bretagna e l’Islanda, ma anche per quello della Scandinavia e delle zone artiche. Ciò spiega ad esempio perché il clima di New York è molto più freddo di quello di Napoli, benché le due città si trovino all’incirca alla stessa latitudine.

Per dare un’idea dell’importanza di questa corrente marina, basta ricordare che trasporta un massimo di 150 milioni di metri cubi d'acqua al secondo, ossia un volume di acqua più di cento volte superiore di quello che scorre verso mare attraverso tutti i fiumi del nostro pianeta presi assieme. Il calore trasportato da questa corrente oceanica equivale a circa 1,5 petawatt di energia, il che corrisponde alla produzione elettrica di un milione di reattori nucleari del tipo di quelli in funzione nella centrale nucleare più potente del mondo.

Il meccanismo che mantiene in funzione la Corrente del Golfo

La Corrente del Golfo è un “fiume” oceanico largo circa 100 chilometri e profondo da 800 a 1.200 metri. Mentre viaggia verso nord, parte della sua acqua calda evapora, mentre la salinità e di conseguenza la densità di quella rimasta aumentano. Arrivata nel Nord dell’Oceano Atlantico, l'acqua è oramai diventata così salata, densa e pesante che comincia ad affondare, trasformandosi in una corrente marina fredda che si dirige verso Sud a una profondità che varia dai 1'500 ai 4'000 metri e che porta il nome di “North Atlantic Deep Water”. È quello che in termini oceanografici si chiama una “circolazione termoalina”. In altre parole la Corrente del Golfo è solo una parte di un gigantesco nastro trasportatore chiamato AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation) e che distribuisce energia e sostanze nutritive attraverso le varie zone dell’Oceano Atlantico.

Il crescente scioglimento delle calotte glaciali polari, dovuto al surriscaldamento del clima, immette sempre più acqua dolce nei mari polari, diluendone la salinità e compromettendo dunque il buon funzionamento del “motore” che mantiene in funzione la circolazione termoalina.

La Corrente del Golfo potrebbe collassare entro 50 anni

Da qualche tempo si sa che dalla metà del 20° secolo la Corrente del Golfo sta rallentando. Finora questo rallentamento è stato del 15%. Ma ora i climatologi lanciano l’allarme, perché hanno rilevato segni precursori di un suo possibile collasso. Uno studio in merito, diretto Niklas Boers, capo del FutureLab on Artificial Intelligence in the Anthropocene del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK), e al quale hanno partecipato oltre agli specialisti del PIK anche ricercatori dell’Università di Copenhagen, è stato appena pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica Nature Climate Change. Si tratta di una ricerca effettuata nell’ambito del progetto europeo TiPES (vedi paragrafo in calce).

Stando allo studio, l'AMOC può presentarsi sotto forma di due stadi ben distinti. Il primo è quello che è stato definito lo stadio “robusto” ed è quello a cui siamo stati abituati per gran parte dell’era moderna. Si tratta di uno stadio caratterizzato da ingenti quantità di acqua calda, la quale durante il suo viaggio dai tropici verso Nord è soggetta a una forte evaporazione e diventa vieppiù più densa e fredda. L’altro stadio, quello definito “debole”, è caratterizzato da una corrente molto più lenta e che di conseguenza sposta molto meno acqua e calore da Sud a Nord.  

Stando a Boers la corrente non è mai stata così lenta da almeno 1’000 anni (1'600 secondo uno studio basato sull’analisi di sedimenti marini e pubblicato sulla rivista scientifica Nature) e potrebbe oramai essere diventata instabile. Tuttavia, non è ancora chiaro al 100% se si tratti solo di una variazione provvisoria rispetto allo stato medio della circolazione, oppure di una vera e propria perdita di stabilità. La differenza è cruciale, perché se si trattasse di una riduzione della stabilità, ciò significherebbe che la corrente atlantica si sta avvicinando alla soglia critica, oltre la quale il sistema di circolazione potrebbe collassare.

Un'analisi dettagliata di otto indici indipendenti, fra cui quelli di temperatura e di salinità delle acque e dell’apporto di acqua dolce dovuto alla fusione dei ghiacciai e alle precipitazioni, appare tuttavia di cattivo augurio e suggerisce che l'indebolimento dell'AMOC durante gli ultimi 70 anni possa essere con molta probabilità associato a una reale perdita di stabilità.

Il punto più cruciale dello studio è che indica chiari segni di perdita di stabilità molto più presto di quanto era stato pronosticato finora, e prima ancora che il cambiamento climatico abbia raggiunto la marca di +1,5°C, considerata dagli accordi sul clima di Parigi come il limite di riscaldamento del clima da non superare se si vuole evitare un disastro climatico. In altri termini il sistema delle correnti marine si sta rapidamente muovendo verso la soglia critica e ogni grammo di CO2 che viene ancora rilasciato nell’atmosfera aumenta la probabilità che questo punto critico venga superato. Se ciò accadesse, l'AMOC e con esso la Corrente del Golfo potrebbero collassare entro una manciata di decenni.

Un arresto della Corrente del Golfo avrebbe un impatto globale e devastante

Le conseguenze di un indebolimento drastico delle correnti oceaniche non sono ancora completamente chiare. Per talune regioni potrebbe comportare un clima più rigido, per altre più caldo, più siccità, più precipitazioni o precipitazioni molto più violente. Quel che è comunque certo è che avrebbe un fortissimo impatto, sconvolgendo la meteo, gli ecosistemi, l’agricoltura, il turismo e l’economia in generale non solo di tutta l’Europa e delle Americhe, ma anche dell’Africa e dell’India.

Che cosa è il progetto TiPES

Il progetto TiPES è stato lanciato nel 2019 nell’ambito di Horizon 2020 (Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione) e ha come scopo di identificare e quantificare i cosiddetti “Tipping Points” del clima, ossia quei sottosistemi climatici critici, i quali, superata una certa soglia, possono subire transizioni brusche, innescando cambiamenti ambientali rapidi, significativi ed irreversibili. Il progetto prevede lo sviluppo di nuovi metodi per rilevare i segnali di allarme precoce per i prossimi Tipping Points, in modo da fare previsioni più attendibili sullo sviluppo del clima.

Al TiPES hanno aderito gli istituti di ricerca seguenti:

  • University of Copenhagen, Niels Bohr Institute (Danimarga)
  • University of Exeter, Department of Mathemathics (Granbretagna)
  • Potsdam Institute for Climate Impact Research (Germania)
  • Complutense University of Madrid (Spagna)
  • The University of Reading, Department of Mathematics and Statistics (Granbretagna)
  • University of Bern, Physics Department, Climate and Environmental Physics (Svizzera)
  • Utrecht University, Physics, Marine and atmospheric Research (Paesi Bassi)
  • United Kingdom Research and innovation, Natural Environment Research Council, British Antarctic Survey (Granbretagna)
  • Université catholique de Louvain, Faculty of Science, Earth and life institute (Belgio)
  • Technische Universität München, Department of mathemathics (Germania)
  • Ecole Normale Supérieure, Le Centre de formation sur l’environnement et la société (CERES) (Francia)
  • The Arctic University of Norway (UiT), Institute for Mathemathics and Statistics (Norvegia)
  • The Institute for Systems and Computer Engineering, Technology and Science – INESC TEC (Portogallo)
  • University of Bristol, School of Geographical Sciences (Granbretagna)
  • STICHING VU, Vrije Universitaet Amsterdam, Institute for Environmental Studies (IVM) (Paesi Bassi)
  • Met office, Climate, Cryosphere and Oceans group (Granbretagna)
  • Amigo (Italia)