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L'apocalisse climatica ha i colori del Canada

Articolo del 30 giugno 2021

Sono passate poco più di due settimane da quando il popolo svizzero ha respinto la legge sul CO2, destinata a dare una sferzata alla lotta contro il surriscaldamento del clima. C'è dunque ancora in Svizzera una maggioranza di persone che credono che il nostro paese possa essere risparmiato dalla catastrofe climatica, ma quel che sta succedendo in questi giorni in Canada dovrebbe dar loro una sveglia

Negli scorsi anni hanno fatto notizia le folli ondate di calore registrate in Pakistan e lungo le coste del Golfo Persico, dove si sono oltrepassati i 50°C all’ombra, temperature oramai troppo alte anche per persone giovani e sane per sopravvivere all'aperto. Ma si sa, Pakistan e Golfo Persico sono lontani e i nostri concittadini svizzeri non si sono particolarmente allarmati. Ora però le cose stanno rapidamente cambiando anche in zone climatiche molto più simili alle nostre e finalmente ci si comincia ad accorgere che nessuno può dirsi al riparo dalla catastrofe climatica.

Di surriscaldamento del clima si muore

Il Canada non è certo noto alla cronaca per un clima tropicale, ma domenica scorsa a Lytton, un villaggio di montagna della British Columbia in cui la temperatura media del mese di giugno è solitamente attorno ai 24°C, la colonnina di mercurio ha toccato la marca di 46.6°C, facendo di questa località situata a quasi 2'100 km a nord di Las Vegas uno dei luoghi più caldi del mondo. Ma non è finita qui: lunedì a Lytton la temperatura è salita ulteriormente a 47,9°C e martedì la colonnina di mercurio ha continuato a salire, toccando addirittura i 49.6°C. E non è ancora finita:  mercoledì gli incendi, alimentati dalla siccità e dall'enorme calore, hanno raggiunto il villaggio e il sindaco Jan Polderman s'è visto costretto a ordinare l'evacuazione dei suoi 249 abitanti.

Non si tratta di un caso isolato: l’ondata di canicola sta mettendo letteralmente in ginocchio l’intera regione. Stando alla polizia canadese, nella sola Vancouver, la grande metropoli situata sulla costa dell’Oceano Pacifico, in soli 5 giorni sono morte per un colpo di calore almeno 134 persone, e ciò nonostante fossero stati aperti al pubblico oltre una trentina di rifugi refrigerati. Nell'intera British Columbia i morti sono già mezzo migliaio. Secondo Lisa Lapointe, capo medico legale della provincia, questi decessi rappresentano un "aumento del 195% rispetto ai circa 165 decessi che normalmente si verificano nella provincia in un periodo di cinque giorni".

L’ondata di calore anomalo sta oramai imperversando e mietendo vittime in tutto l’occidente dell’America del Nord. A Portland, la città più popolosa dell’Oregon, una città che gode normalmente di un clima mite e in cui le temperature estive oscillano di regola fra i 17 e i 30°C, il termometro è salito a 46.7°, battendo di oltre 5 gradi e mezzo il record di Houston, la metropoli texana situata 1752 km più a sud.

L’emergenza climatica non è più un possibile scenario: è oramai realtà

A 150 anni da quando abbiamo cominciato a bruciare combustibili fossili, 125 anni dopo che lo scienziato svedese Svante Arrhenius ci mise per la prima volta in guardia dal riscaldamento globale provocato alla combustione di questi combustibili e dopo decenni di avvertimenti via via più allarmanti da parte dei climatologi, i nodi sono oramai arrivati al pettine. L’emergenza climatica non è più un possibile scenario: è una realtà in cui siamo oramai pienamente immersi. Proprio metre scrivo mi è giunta la notizia che anche in Siberia, a Nord del circolo polare artico, a seguito di una persistente ondata di calore, la colonnina di mercurio è salita fino a 48°C. Stando al "Copernicus Atmosphere Monitoring Service" dell'Unione Europea in questo inizio estate la temperatura della superficie terrestre in tutta la Siberia ha "ampiamente superato" i 35°C, battendo tutti i precedenti record.

L’effetto serra generato dai combustibili fossili non sta riscaldando soltanto i continenti e gli oceani: sta riscaldando l'intera troposfera terrestre. Ricordiamo che la tropostera é lo strato più basso dell'atmosfera, uno sottile strato, spesso solo 8 km ai poli e poco più di 16 km ai tropici, in cui sono concentrati i ¾ dell’intera massa gassosa del nostro pianeta, strato in cui si sviluppano tutti i fenomeni meteorologici e l’unico in cui la vita è possibile. Dove la neve e il ghiaccio si ritirano o addirittura scompaiono, il terreno sottostante, oramai nudo, si riscalda senza intralci. Ecco perché le zone boreali e le aree montuose sono quelle in cui le temperature aumentano più velocemente. Stando a uno studio pubblicato nel 2015, le aree montuose al di sopra dei 2.000 metri si riscaldano circa il 75% più velocemente di quelle situate a quote più basse. Non a caso i ghiacciai del Canada si stanno sciogliendo in modo tanto rapido da causare inondazioni anche in periodi di bel tempo. Ciò non è certamente di buon auspicio per la Svizzera, il paese alpino per eccellenza.

Le temperature al suolo sono ancora più elevate di quelle dell’aria

Le temperature da record dell’aria, registrate in questi giorni nel Nord-Est del Pacifico, sono già estremamente preoccupanti di per sé, ma esse non tengono ancora conto delle temperature al suolo. Infatti la maggior parte degli apparecchi di misura delle stazioni meteorologiche dei vari servizi meteorologici nazionali sono situati il più lontano possibile dal cemento in zone verdi e a un’altezza dal suolo che varia da 1.3 a 1.8 metri. Per misurare la temperatura al suolo si ricorre dunque a misurazioni satellitari. Ebbene i sensori del satellite Sentinel-3 dell'Agenzia Spaziale Europea hanno rilevato che nello stato USA di Washington, temperature al suolo hanno raggiunto i 63°C.

Il calore nell'aria può dissiparsi relativamente in fretta, il terreno, invece, trattiene e accumula calore per periodi più lunghi. Questo vale in particolare per luoghi molto cementificati come le aree urbane, in cui si formano delle vere e proprie isole di calore in cui la temperatura può anche essere di 5-6°C superiore a quella delle aree verdi circostanti. Ecco perché si può friggere un uovo sul marciapiede nei giorni più caldi, cosa impossibile se si dovesse fare affidamento soltanto alla temperatura dell'aria.

Un nuovo tipo di incidenti: ustionati da “strade di fuoco”

Queste temperature estreme del suolo causate dal surriscaldamento del clima, non solo mettono a repentaglio la vita delle piante e degli animali, ma rappresentano anche un pericolo per la salute dell’uomo. Lo scorso 10 giugno, i medici dell'Arizona Burn Center hanno pubblicato un rapporto dal titolo "Streets of Fire", strade di fuoco, in cui mettono in guardia dai pericoli delle ustioni da marciapiede. Nel rapporto si riferisce di un record di 104 ustionati da marciapiede che si sono presentati al centro l'anno scorso, con un aumento di quasi il 50% rispetto agli anni precedenti. Meno del 40% di loro erano persone di oltre 60 anni. Non s'è trattato di ustioni leggere. Gli ustionati hanno richiesto una media di due interventi chirurgici e un soggiorno di due settimane in ospedale. I medici hanno fatto notare che durante queste ondate di calore estremo la temperatura del suolo può oltrepassare gli 80°C, provocando gravi ustioni a chi dovesse cadere per terra o andare in giro a piedi nudi.

I danni si contano oramai a miliardi

Accanto ai pericoli per la salute, la catastrofe climatica in corso provoca danni per centinaia di miliardi. Stando alla NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration, i 22 eventi climatici estremi (cicloni, uragani, inondazioni, siccità e ondate di calore) che hanno colpito gli Stati Uniti l’anno scorso hanno causato danni per un ammontare di 95 miliardi di dollari. I danni causati da eventi estremi non sono nemmeno gli unici costi della crisi climatica, anche la messa in sicurezza delle zone costiere costerà migliaia di miliardi. Basta citare il costo della messa in sicurezza dall’innalzamento del livello del mare della metropoli texana di Houston, che è preventivata alla bazzecola di 26 miliardi di dollari.

In Svizzera, che è 238 volte più piccola degli Stati Uniti, i violentissimi temporali delle ultime due settimane hanno causato danni per oltre mezzo miliardo di franchi. Fatture salatissime che saranno come sempre a carico dei contribuenti, sia sotto forma di imposte, sia sotto forma di un aumento del costo delle assicurazioni. Prevenire costa sempre meno che guarire, ecco perché votare no alla legge sul CO2 non è stata certamente una cosa sensata.