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L’alta finanza comincia a distanziarsi dalle energie fossili

Articolo del 14 maggio 2020

Il Fondo sovrano norvegese, con un capitale di circa 1'200 miliardi di dollari il più ricco fondo d’investimento istituzionale del mondo, ha annunciato la sua decisione di disinvestire oltre 35 miliardi di dollari dalle società attive nel campo dei combustibili fossili

Il Fondo sovrano norvegese, il cui capitale ammonta nota bene al triplo del prodotto nazionale lordo della Norvegia, liquiderà le sue partecipazioni in 4 compagnie petrolifere canadesi, ossia la Canadian Natural Resources, la Cenovus Energy, la Suncor Energy e la Imperial Oil, come pure in due grosse società brasiliane, una mineraria, la Vale, e Eletrobras, il maggiore produttore brasiliano di elettricità. Idem per la società egiziana Egypt's Elsewedy Electric Co. Tutte queste società sono accusate di produrre enormi quantitativi di gas serra e arrecare gravi danni ambientali. Da notare che proprio in questi giorni la Norges Bank ha raccomandato di disinvestire in modo massiccio dall´economia legata ai combustibili fossili. La banca centrale norvegese ritiene infatti che il disimpegno dal comparto petrolifero renderà la Norvegia meno vulnerabile all´andamento ballerino dei prezzi del greggio e del gas. La decisione è stata annunciata sullo sfondo di una politica decisamente ecologica e anti-emissioni seguita da chiunque abbia governato negli ultimi anni in Norvegia, come pure nella vicina Svezia. Da notare che l’attuale esecutivo norvegese di centro-destra è diretto dalla premier conservatrice Erna Solberg, che ha piazzato solo donne a capo dei ministeri chiave del suo governo.

Un segnale forte per la svolta energetica

La scelta del fondo sovrano norvegese rappresenta un cambiamento enorme, e equivale a un vero e proprio colpo d’avvertimento ai mercati mondiali. Stando a Jason Disterhoft, esponente di Rainforest Action Network, una ONG che fa pressione sulle banche affinché disinvestano dai combustibili fossili, “le grandi aziende e gli operatori mondiali, cominciano a capire quali rischi comportano gli investimenti nei combustibili fossili”. Ricordiamo che la maggior parte dei fondi sovrani nazionali, incluso quello norvegese, sono stati capitalizzati con i proventi del petrolio, altri con i proventi dell’estrazione di materie prime, quali ad esempio il rame o i diamanti. Questi fondi patrimoniali pubblici sono fra I maggiori investitori a livello globale e piazzano i loro capitali essenzialmente nell’estrazione di materie prime, nella produzione industriale, in attività finanziarie, nel mercato azionario e obbligazionario, in quello immobiliare, in quello dei metalli preziosi, nei fondi di private equity e negli hedge funds. Complessivamente i fondi sovrani gestiscono investimenti per oltre 8'000 miliardi di dollari. Non sorprende dunque che la decisione del Fondo sovrano norvegese di disfarsi di 35 miliari di dollari di partecipazioni nel campo delle energie fossili abbia avuto delle ripercussioni immediate sui mercati azionari. I titoli dei big del petrolio si sono deprezzati in poche ore, con Shell B che ha perso il 2,4%, ed Exxon e Bp che sono scese dello 0,8%. Anche se i responsabili del Fondo sovrano e della Banca centrale norvegese hanno precisato che la loro decisione è stata dettata dalle valutazioni sui rischi oramai legati agli investimenti nelle energie fossili e non sono da interpretare come una crociata ecologista per salvare il pianeta, il valore simbolico di questa decisione non è da sottovalutare. Il segnale è infatti chiaro: contrariamente ai fasti passati dell’”oro nero”, investire oggi nelle energie fossili non apre più la prospettiva di lauti guadagni, ma rappresenta un vero rischio, ben illustrato dal recente brutale crollo del prezzo del greggio nella scia della pandemia di Covid-19. È dunque tempo di investire i propri capitali in sicurezza nelle rinnovabili. Da notare che in questo campo sia la Norvegia, sia gli altri paesi scandinavi, sono in un’ottima posizione, essi sono infatti all’avanguardia mondiale sia per quel che concerne le tecnologie, sia per quel che concerne la produzione e l'uso delle energie rinnovabili.

Un movimento analogo si profila sull’altra sponda dell’Atlantico

Negli Stati Uniti, la scorsa settimana, 14 senatori e 22 deputati alla camera dei rappresentanti, tutti repubblicani, hanno inviato una lettera a Donald Trump per lamentarsi del calante sostegno delle banche americane alle imprese attive nel campo dei combustibili fossili. Sempre più banche sono infatti restie a finanziare il settore delle fossili, ritenendo troppo elevati i rischi di questo tipo di investimenti. In questi ultimissimi anni, a causa dell’impetuoso sviluppo dell’eolico e del fotovoltaico, questo settore subisce venti contrari sempre più forti. Proprio all’inizio di questo 2020, la società statunitense Black Rock, che con un capitale di oltre 6'800 miliardi di dollari è il maggiore investitore mondiale, ha annunciato la decisione di uscire definitivamente dal mercato del carbone e ha inoltre segnalato la sua intenzione di effettuare una nuova valutazione dei rischi legati agli investimenti nel petrolio e nel gas. Rischi evidenziati in particolare dalla guerra dei prezzi del greggio fra Russia e Arabia Saudita, con conseguente drammatico calo del prezzo del greggio aggravato ulteriormente dalla pandemia di Covid-19. Ciò, mentre per la prima volta nella storia americana fotovoltaico ed eolico sorpassavano il carbone nella produzione di elettricità. Il fatto è che, all’ombra delle roboanti dichiarazioni di Trump a favore del carbone, in questi ultimi anni le rinnovabili hanno messo sempre più piede anche negli Stati Uniti, tanto che oggi esse danno lavoro addirittura al doppio del personale impiegato dall'intero settore del carbone. È proprio di ieri la notizia che negli Stati Uniti, nella produzione di elettricità, il carbone ha perso in appena quattro anni il 32% delle sue parti di mercato, il 16% nel solo 2019, e ciò mentre le rinnovabili registravano un fenomenale balzo in avanti di oltre il 40%.