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2019: record storico delle temperature degli oceani

Articolo del 16 gennaio 2020

Gli oceani non sono mai stati così caldi come nel 2019. Il calore accumulato dagli oceani nell’ultimo quarto di secolo è come se si fossero fatte detonare ogni secondo 4 bombe atomiche e mezza del tipo Hiroshima, e ciò per 25 anni consecutivi

Noi umani abitiamo sulla terraferma e non sorprende dunque se il nostro metro per misurare il surriscaldamento del clima sia di solito la temperatura dell’aria. Ma non dobbiamo dimenticare che i 2/3 della terra sono ricoperti dall’acqua e che oltre il 90% del riscaldamento provocato dall’aumento del CO2 che rilasciamo nell’atmosfera viene assorbito dagli oceani, i quali fungono quindi da giganteschi caloriferi. Solo il 4% del calore trattenuto dai gas a effetto serra riscalda l’aria che respiriamo e le terre emerse.

Ecco perché, per capire veramente che cosa stiamo infliggendo al nostro pianeta, bruciando ogni anno oltre 36 miliardi di barili di petrolio (1 barile = 159 litri), 8 miliardi di tonnellate di carbone e 4'000 miliardi di metri cubi di gas fossile, dobbiamo analizzare anche quel che sta succedendo negli oceani. È quello che ha fatto una squadra internazionale, composta da 14 scienziati di fama mondiale provenienti da 11 istituti di ricerca, in uno studio pubblicato lo scorso 13 gennaio nella rivista scientifica Advances in Atmospheric Sciences.

Ebbene, stando ai risultati di questa ricerca, basata tra l’altro su dati rilevati da oltre 70 anni dalla NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti, nell’ultimo decennio ogni anno la temperatura media degli oceani è stata superiore a quella dell’anno precedente. L’anno scorso essa è cresciuta di 0.075°C, facendo del 2019 l’anno con i mari più caldi da quando l’uomo esiste sulla terra. Secondo Lijing Cheng, relatore del rapporto e professore all’International Center for Climate and Environmental Sciences dell’Istituto di Fisica Atmosferica dell’Accademia Cinese delle Scienze, l’energia calorica accumulata dagli oceani negli ultimi 25 anni equivale a quella provocata dall’esplosione di 3,6 miliardi di bombe atomiche del tipo di quella fatta esplodere durante la seconda guerra mondiale a Hiroshima. Per misurare la temperatura media degli oceani la squadra ha analizzato tutti i dati disponibili, inclusi quelli delle 3'800 boie Argo sparse in tutti gli oceani. Si tratta di sofisticatissime boie imbottite di strumenti di misura e che possono scendere automaticamente fino a una profondità di 2000 metri, per poi risalire e inviare i dati raccolti via satellite alla centrale, gestita dalla Commissione oceanografica intergovernativa, che sottostà a sua volta all’Organizzazione meteorologica mondiale.

Secondo John Abraham, un altro degli autori dello studio e professore di scienze termali alla University of St. Thomas a St. Paul nel Minnesota, il fatto più preoccupante è che il ritmo del riscaldamento è aumentato di circa il 450% nel corso degli ultimi trent’anni rispetto al trentennio precedente. Il riscaldamento non è tuttavia uniforme: alcune zone si scaldano più rapidamente di altre. È il caso dell’Oceano Atlantico meridionale, dell’Oceano Pacifico settentrionale e del mare che circonda l’Australia, la cui temperatura, dal 1900 ad oggi, è già salita di 1,6°C (vedi grafico dell'Australian Bureau of Meteorology in testa all'articolo). Inoltre da alcuni anni si osservano dei cosiddetti “blob”, delle vaste superfici marine che si riscaldano enormemente. Uno di questi fenomeni s’è appena verificato lo scorso mese di dicembre al largo della costa orientale della Nuova Zelanda, dove su una superficie di oltre un milione di km2 la temperatura dell’acqua è salita di 5°C al disopra della normale media di stagione, con un impatto catastrofico sulla vita marina.

Ma vediamo quali sono le conseguenze di questo riscaldamento degli oceani

La temperatura degli oceani e le condizioni atmosferiche sono strettamente interconnesse. Se cambia la temperatura degli oceani, cambia anche il regime delle correnti marine e quello dei venti. Ciò significa meno precipitazioni in alcune regioni e precipitazioni più intense in altre, in altre parole più siccità e incendi da un lato (vedi Australia) e più inondazioni catastrofiche dall’altro (vedi valle del Mississippi e Texas). Mari più caldi, significano anche uragani più violenti e fusione accelerata dei ghiacci polari, con un forte impatto sulle zone costiere

Uragani molto più violenti

Il calore immagazzinato dagli oceani non è altro che energia, energia che può scaricarsi sui continenti sotto forma di violentissimi uragani. Più il mare è caldo, più gli uragani sono violenti. L’uragano Harvey che ha colpito il Texas nell’agosto del 2017 con venti fino a 240 km orari, ha avuto origine proprio sopra uno di questi “blob” di acqua calda formatosi nel Golfo del Messico. Harvey ha poi scaricato in una manciata di giorni sul Texas orientale fino a un metro e mezzo d’acqua, provocando la morte per annegamento di 82 persone, la distruzione di circa 40'000 case e danni complessivi per 108 miliardi di dollari. Che questo tipo di uragani stia aumentando lo dimostrano due cifre: nell’Oceano Atlantico settentrionale si sono verificati nel corso del secolo scorso (1900-1999), ossia in 100 anni, soltanto due uragani di forza superiore a 3 (con venti di oltre 209 km all’ora), mentre nei soli primi 20 anni di questo secolo ve ne sono già stati ben 5, due dei quali, Dorian e Lorenzo, l’anno scorso.

L’aumento della temperatura degli oceani compromette anche la vita marina

Abbiamo tutti sentito parlare dai giornali e dalle televisioni dello sbiancamento dei coralli, un fenomeno che da qualche anno colpisce gran parte delle barriere coralline del mondo e che è dovuto alle acque troppo calde che sono mortali per questi delicati organismi marini. Ma le acque troppo calde non annientano solo i coralli. Il “Blob” sviluppatosi nel Pacifico nord-orientale nel 2013 e intensificatosi e allargatosi ulteriormente nel 2014, nel 2015 e nel 2016, raggiungendo una superficie di 4 milioni di km2 dall’Alaska fino alla Baja California, ha provocato una vera e propria ecatombe di specie marine. L’acqua, scaldatasi fino a 7°C oltre la normale, ha annientato il plancton, provocato gigantesche fioriture di alghe tossiche, fatto crollare l’intera catena alimentare marina, distrutto le foreste sottomarine di kelp, provocato la morte di 100 milioni di merluzzi e cosparso le spiagge di cadaveri di migliaia di mammiferi marini morti di fame, fra cui anche balene, e delle carcasse di un milione di ùrie comuni, una specie di uccelli marini che vive in mare aperto, nutrendosi esclusivamente di pesce.

La fusione dei ghiacci polari accelera

Da qualche anno a questa parte ci si è poi accorti che l’acqua calda viene trasportata dalle correnti marine fino ai poli, dove fa fondere il ghiaccio marino della banchisa anche dal disotto, rendendo così più veloce lo scivolamento dei ghiacciai antartici verso il mare. L’acqua più calda però non solo accelera la fusione dei ghiacci polari, ma aumenta pure di volume. Ecco perché il livello dei mari s’innalza sempre più rapidamente. Dal 1880 fino alla fine del 20° secolo, il livello del mare è cresciuto in media di 2 millimetri all’anno; dal 2000 al 2015 la crescita media è stata di 3,6 millimetri all’anno e negli ultimi 4 anni, quelli più caldi di sempre, la crescita media è salita addirittura a 4,8 millimetri, ossia quasi mezzo centimetro all’anno. Stando agli esperti dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico, il livello degli oceani salirà entro fine secolo fino a un metro. Tenendo tuttavia conto del fatto che poco o nulla è stato fatto finora per contenere le emissioni di gas a effetto serra, le quali continuano al contrario a crescere in modo incontrollato aumentando di anno in anno l’effetto serra, e del fatto che finora le previsioni dell’IPCC si sono sempre rivelate troppo ottimistiche, c’è da temere che il livello degli oceani possa salire ben oltre il metro entro la fine del secolo, mettendo a repentaglio il futuro di numerose città costiere, fra cui anche metropoli come Rotterdam, Londra, Alessandria d’Egitto, Miami, Shanghai, Ho Chi Minh City (la ex Saigon) ecc.

Gli oceani diventano sempre più acidi

Gli oceani non assorbono solo calore, ma anche direttamente CO2. Si calcola che senza questo fenomeno i ppm (parti per milione) di CO2 nell’atmosfera sarebbero oggi già 466 e non gli attuali 411. In gli altri termini i 55 ppm di CO2 mancanti sono stati assorbiti dagli oceani. L’oceano funge in questo caso da quel che viene definito un “pozzo di assorbimento di carbonio”. Tuttavia questo effetto positivo ha anche il suo rovescio della medaglia: il CO2, mescolandosi all’acqua di mare, è sottoposto a reazioni chimiche che hanno l’effetto di rendere l’acqua sempre più acida. Si parla in questo caso dell’acidificazione degli oceani. Questo fenomeno ha sul lungo andare un effetto nefasto su tutti quegli organismi marini che dipendono dal carbonio per costruirsi i loro gusci di protezione, parliamo qui non solo di conchiglie, coralli, ricci e lumache di mare, ma anche di una parte importante del plancton come i foraminiferi e le alghe haptofite, che sono alla base della catena alimentare marina. Si calcola che dall’inizio dell’era industriale ad oggi, l’acidità delle acque oceaniche è aumentata del 30% (Fonte: Afred-Wegener-Institut). Ecco perché Katie Matthews, direttrice scientifica di Oceana, un’organizzazione non governativa americana con sede a Washington DC e che si occupa della protezione degli oceani, ritiene che il riscaldamento degli oceani potrebbe avere un impatto enorme su tutta l’industria mondiale della pesca, in particolare nelle regioni tropicali.

Mari più caldi cambiano anche il clima dei continenti

Infine il riscaldamento delle acque oceaniche non impatta soltanto sui mari stessi e sulle zone costiere dei continenti, ma, modificando ad esempio il regime dei venti, modifica pure in modo determinante il clima stesso dei continenti. Ciò significa per certe regioni, come la California, l’Australia, il Sudafrica, ma anche per i paesi che circondano il Mediterraneo, più siccità e più incendi, mentre in altre parti del mondo si verificano precipitazioni sempre più intense. In Svizzera, ad esempio, la quantità di acqua versata sul suolo da singoli eventi di precipitazioni intense è già aumentata dal 1900 ad oggi approssimativamente del 12 % (Fonte: NCCS, National Centre for Climate Services della Confederazione Svizzera). La spiegazione è semplice: per ogni grado centigrado di riscaldamento in più, l'aria può assorbire circa il 6–7 % in più di acqua, da cui l'intensificazione delle precipitazioni.