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Presentato alla conferenza sul clima di Madrid un rapporto allarmante sullo stato degli oceani

Articolo del 16 dicembre 2019

Gli ecosistemi marini sono oramai minacciati non da uno, ma da ben 3 fattori derivanti dal surriscaldamento del clima: dalla crescente acidificazione, dalla diminuzione dell’ossigeno e dall’aumento della temperatura dell’acqua

La 25esima conferenza dell’ONU sul clima si è conclusa a Madrid con un nulla di fatto. I circa 200 Paesi hanno sì segnalato il “bisogno urgente” di agire contro il riscaldamento climatico, ma senza arrivare a un accordo sui punti essenziali, in particolare a causa dell’opposizione degli Stati Uniti di Trump e della Russia di Putin. Misure più incisive per lottare contro il surriscaldamento del clima sono quindi rimandate all’anno prossimo. La conferenza ha comunque permesso di fare il punto sullo stato del pianeta e questo è sempre più allarmante in particolare per i mari.

Le emissioni di gas serra continuano ad aumentare

Negli anni ’60 del secolo scorso pompavamo nell’atmosfera in media 11,4 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, negli ultimi 10 anni ne abbiamo emessi il triplo, ossia in media 34,4 miliardi di tonnellate all’anno. Anche quest’anno le emissioni sono di nuovo aumentate dello 0,6% rispetto al 2018. Gran parte di questo CO2 si accumula nell’atmosfera, dove fa aumentare l’effetto serra e provoca un aumento sempre più veloce delle temperature. Fino negli anni '50 la concentrazione di CO2 nella nostra atmosfera non aveva mai superato i 300 ppm (parti per milione), oscillando fra un minimo di 160 ppm durante le epoche glaciali e un massimo di 280 ppm durante i periodi caldi interglaciali. Questa primavera l’osservatorio di Mauna Loa nelle Hawaii, il quale misura quotidianamente da oltre 60 anni la concentrazione di CO2 nell’atmosfera, ha registrato per la prima volta una concentrazione di ben 415 ppm, cosa che secondo gli specialisti non è mai successo da almeno un paio di milioni di anni. Ecco perché gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi di sempre.

Gli oceani diventano sempre più acidi

Si stima che dal 30 al 40% dell’anidride carbonica (CO2) prodotta dalla nostra civiltà industriale venga assorbita dagli oceani, dove si trasforma in acido carbonico (H2CO3), provocando un’acidificazione progressiva delle acque oceaniche. Si calcola che fra il 1751 e il 1996 il pH delle acque superficiali degli oceani sia già calato da 8,25 a 8,14 (il pH è l’unità di misura per determinare l’acidità e la basicità dell’acqua). Sul lungo termine questo processo compromette la crescita e la riproduzione di numerosi organismi marini e si sa oggi che in passato fenomeni simili, ma molto meno incisivi di quello in corso attualmente, hanno provocato una diminuzione drammatica della biodiversità oceanica ed estinzioni di massa. Un esempio è quello di tutti quegli organismi che per vivere hanno bisogno del calcio disciolto nell’acqua, come le conchiglie, le lumache di mare, i coralli e il cosiddetto zooplancton, organismi che lo utilizzano per costruirsi i loro gusci di protezione. In acqua acida, lo si sa, i gusci a base di calcio si sciolgono. Molti di questi organismi sono alla base della catena alimentare e la loro scomparsa compromette dunque l'intero ecosistema marino.

Cala l’ossigeno disciolto nel mare

Un altro fenomeno allarmante che si sta verificando negli oceani è il calo dell'ossigeno disciolto nelle acque. Due sono le ragioni di questo fenomeno. Da un lato ci sono le acque sempre più calde dovute al riscaldamento globale. Più l’acqua è calda, meno è capace di assorbire ossigeno. Un fenomeno che possiamo osservare anche nei nostri fiumi, dove è il riscaldamento delle acque di questi ultimi anni ha provocato un forte calo della presenza di trote, pesci che necessitano di acque riccamente ossigenate. La seconda ragione del calo di ossigeno è l’inquinamento dovuto alle acque reflue non trattate, ai fertilizzanti utilizzati in agricoltura e agli allevamenti ittici, che immettono nei mari gigantesche quantità di fosfati e altre sostanze nutritive, le quali incrementano in modo esponenziale la crescita delle alghe soprattutto nelle zone costiere. Il processo di decomposizione di queste alghe sottrae al mare una grande quantità di ossigeno. Stando al rapporto dell’IUCN dal titolo “Ocean deoxygenation: Everyone’s problem”, presentato alla conferenza sul clima di Madrid, se negli anni ’60 c’erano 45 zone marittime con grave carenza di ossigeno, oggi queste zone sono diventate ben 700 e molte altre arrischiano di fare la stessa fine, come ad esempio il Mar Baltico o il Mar Nero. Lo studio dell’IUCN sullo stato degli oceani è il più vasto mai effettuato finora e vi hanno partecipato 67 ricercatori di 51 istituti di ricerca di 17 paesi. Un esempio di questa problematica sono le coste della Florida e del Messico, dove nelle ultime estati si è assistito a una vera e propria esplosione di alghe che hanno trasformato il mare in una puzzolente zuppa brunastra cosparsa di milioni di pesci morti. Ma non occorre andare così lontano per osservare questo fenomeno. A fine agosto si è registrata una importante moria di pesci nel Mare Adriatico lungo le coste dell’Emilia Romagna. Stando ai risultati delle analisi condotte da Daphne, la struttura oceanografica che è parte dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale dell’Emilia Romagna, s'è trattato di un fenomeno dovuto alla carenza di ossigeno nell’acqua, causato dall’aumento della temperatura dell’acqua.

Le acque più calde degli oceani portano anche nuove malattie

Si è parlato molto in questi ultimi anni della distruzione delle barriere coralline, dovuta alle temperature troppo alte del mare. Il Great Barrier Reef australiano, con 2'300 km di lunghezza la più imponente barriera corallina del mondo, ha perso negli ultimi 20 anni oltre la metà dei suoi coralli, mentre le larve di questi organismi marini sono addirittura diminuite del 95%, annunciando la prossima fine dell’intera barriera. Ma non è tutto: lungo le coste nordamericane dell’Oceano Pacifico stanno sparendo le foreste marine di kelp, le gigantesche alghe che possono raggiungere anche 60 metri di altezza e che in certe zone fino a pochi anni fa erano così dense da impedire addirittura la navigazione. Infatti anche le acque del Pacifico settentrionale sono diventate molto più calde del passato, favorendo la diffusione di una misteriosa malattia che ha ucciso praticamente tutte le 20 specie di stelle marine che popolavano le foreste di kelp e che tenevano sotto controllo la popolazione di ricci di mare, grandi divoratori di kelp. Il riscaldamento delle acque degli oceani sta dunque distruggendo in breve tempo i delicati equilibri alla base di ricchissimi e millenari ecosistemi marini.

l livello del mare sale inesorabilmente

Negli ultimi 50 anni gli oceani hanno assorbito il 90% dell’aumento temperatura provocato dal crescente effetto serra. Le acque più calde non solo aumentano di volume, ma, trasportate dalle correnti marine verso i poli, accelerano in modo drammatico la fusione di quelli che fino a qualche decennio fa erano considerati i “ghiacci eterni”. Combinati, questi due fattori fanno salire il livello dei mari in modo sempre più rapido. Stando alle misurazioni satellitari della NASA, in poco più di 25 anni il livello medio degli oceani è salito di quasi 10 centimetri (9,44 cm). Sembra poco, ma il ritmo di crescita si fa sempre più rapido. Negli anni ’60 il livello dei mari si alzava di appena 1 millimetro all’anno, ma nel 2018 l’innalzamento è più che triplicato, attestandosi sui 3,7 millimetri e, stando agli esperti, con l’attuale concentrazione di CO2 nell’atmosfera, continuerà a crescere sempre più velocemente per diversi secoli. In base alle proiezioni, anche se dovessimo riuscire ad azzerare completamente le emissioni di CO2, il livello dei mari salirà comunque di almeno 30-60 cm entro il 2100, ma potrebbe arrivare addirittura fino a 110 cm se le emissioni continuassero al ritmo attuale (Report Oceani dell’IPCC). Attualmente però le emissioni continuano addirittura a crescere, il che non augura nulla di buono.