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Cosa significa la scomparsa dei ghiacciai per la Svizzera

Articolo del 15 ottobre 2019

Durante l’ondata di calore della scorsa estate il ritmo di fusion dei ghiacciai svizzeri ha raggiunto di nuovo livelli da record. Secondo gli esperti della Commissione della criosfera (la porzione di superficie terrestre coperta da ghiaccio) dell’Accademia Svizzera di Scienze Naturali, i ghiacciai alpini hanno perso nei soli ultimi 5 anni il 10% della loro massa. A termine si profilano dunque conseguenze catastrofiche per il rifornimento in acqua del nostro paese durante la stagione estiva

Con i suoi 23 km di lunghezza, una larghezza media di 1,5 km e uno spessore massimo di 900 metri, quello di Aletsch è il più imponente ghiacciaio di tutto l’arco alpino. Dal suo bacino idrografico, situato nella regione alpina della Jungfrau a circa 4'000 metri di quota, 11 miliardi di tonnellate di ghiaccio (l’equivalente del consumo di un litro di acqua potabile al giorno x 4 anni x ognuno dei 7,5 miliardi di abitanti della terra) scorrono verso valle a una velocità di circa 200 metri all’anno. Ciononostante, negli ultimi 40 anni, la sua lingua s’è ritirata di 1'300 metri e il suo spessore s’è assottigliato di ben 200 metri. Durante l’ultima era glaciale questo ghiacciaio riempiva tutto il Vallese con una massa di ghiaccio spessa oltre 2'000 metri e si estendeva nella valle del Rodano fino alla regione di Lione. Negli ultimi anni il ritmo di fusione del ghiacciaio s’è accelerato in modo impressionante. Durante l’estate canicolare del 2018 il gigante ha perso fino a 90'000 litri di acqua … al secondo, ossia circa 7,8 miliardi di litri al giorno!

La metà dei ghiacciai alpini è già sparita

Nel 1850 i ghiacciai svizzeri coprivano ancora complessivamente 1'735 km2 di territorio, l’equivalente della superficie del Cantone di Zurigo. Nel 2016 la loro superficie si era ridotta a soli 890 km2, in altri termini negli ultimi 170 anni la superficie dei ghiacciai svizzeri s'è già dimezzata. Secondo David Volken, idrologo al Politecnico Federale di Zurigo ed esperto di ghiacciai all’Ufficio Federale dell’Ambiente (UFAM), “se il riscaldamento del clima dovesse continuare al ritmo attuale, tutti i ghiacciai di piccole e medie dimensioni dell’arco alpino situati sotto i 3000 metri di altitudine saranno scomparsi entro il 2050”, e si prevede che gli altri scompariranno quasi completamente entro i prossimi 80 anni, con conseguenze drammatiche per l’approvvigionamento idrico del nostro paese.

In Ticino i ghiacciai sono già quasi scomparsi

In Ticino sopravvivono ancora i resti di 6 ghiacciai: il Basodino, l'Adula, il Tencia, il Cavagnoli, il Valeggia e il Corno. Tutti arretrano da 5 a 10 metri e perdono circa un metro di spessore ogni anno e il loro futuro è ormai segnato. Lo spessore di quello del Basodino, ad esempio, è oramai ridotto a 15-20 metri e secondo il glaciologo Giovanni Kappenberger dovrebbe sparire entro i prossimi vent’anni.

Le conseguenze della scomparsa dei ghiacciai

I ghiacciai immagazzinano acqua sotto forma di neve e ghiaccio durante l’inverno e la rilasciano sotto forma liquida durante l’estate. Essi conservano inoltre più acqua nelle annate fresche e piovose e ne rilasciano di più nelle estati torride e asciutte. In questo modo assumono un ruolo centrale nel regolare il deflusso dei nostri corsi d’acqua. La scomparsa dei ghiacciai avrà dunque conseguenze drammatiche per il nostro approvvigionamento idrico: in estate gli alvei di molti fiumi saranno privi d’acqua, vaste zone agricole soffriranno di siccità, i bacini d’accumulazione conterranno meno acqua e le nostre centrali idroelettriche produrranno meno elettricità. A titolo d’esempio il ghiacciaio dell’Aletsch fornisce al Rodano nella stagione calda il 53% della sua acqua. Sparito il ghiacciaio, in estate questo fiume non avrà più nemmeno la metà della portata di acqua di oggi, acqua che mancherà per esempio agli agricoltori della valle del Rodano per irrigare i loro campi nella stagione vegetativa

Come contrastare gli effetti della scomparsa dei ghiacciai

Secondo il professore Daniel Farinotti, glaciologo al Politecnico Federale di Zurigo e ricercatore all’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe di Davos, occorre dunque correre ai ripari. In uno studio appena presentato, il ricercatore ipotizza la costruzione di dighe per creare bacini di ritenzione delle acque, proprio laddove oggi ci sono ancora i ghiacciai, in modo da poter raccogliere e conservare l’acqua di fusione delle nevi invernali e quella delle precipitazioni primaverili, per poi lasciarla defluire nei fiumi durante l’estate, quando mancherà quella di fusione dei ghiacciai. Secondo Farinotti tramite una dozzina di impianti di questo tipo si potrebbe conservare e trasferire dalla primavera all’estate un miliardo di metri cubi d’acqua, ossia circa la metà del consumo annuo di acqua in Svizzera. Il vantaggio di un’operazione di questo genere è che non occorrerebbe nemmeno sacrificare preziosi alpeggi o zone boschive, visto che un ghiacciaio, quando si ritira, lascia sul posto solo immense pietraie in cui piante ed animali stentano per secoli ad istallarsi. Ecco perché si arrecherebbero meno danni all’ambiente inondando queste zone, che non creando bacini artificiali più a valle.