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Aumento del livello dei mari: l’esodo è già iniziato e sarà senza speranza di un ritorno

Articolo del 23 settembre 2019

Oggi siamo a un solo grado di riscaldamento climatico ma le calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide si stanno già squagliando a una velocità che cresce di anno in anno. Anche se l’aumento della temperatura dovesse fermarsi a soli +2°C rispetto all’era preindustriale, gli oceani sommergeranno entro fine secolo le abitazioni di 280 milioni di persone. A dirlo è un rapporto di Climate Central.

Oltre la metà della popolazione mondiale vive ai margini dei mari e degli oceani. Laddove le coste sono rocciose e alte ciò non rappresenta un grave problema. Diverso è il caso delle zone costiere pianeggianti. Secondo il climatologo Benjamin Strauss, CEO di Climate Central, un’organizzazione di ricerca indipendente che riunisce un gruppo di eminenti scienziati e di giornalisti, anche se il riscaldamento climatico dovesse fermarsi a +2°C le calotte glaciali continueranno a fondere facendo aumentare a termine il livello degli oceani da un minimo di 4,5 a un massimo ben più probabile di 6 metri. Ricordiamo qui che Benjamin Strauss non è un climatologo qualsiasi, bensì uno degli specialisti più eminenti nel campo del clima, un climatologo le cui ricerche sono citate in oltre 10'000 articoli di riviste scientifiche internazionali, riportate da quotidiani prestigiosi come il New York Times e il Washington Post, dalle agenzie d’informazione Associated Press, Reuters e Bloomberg, da China Daily e The Hindu. Strauss è stato inoltre chiamato a testimoniare davanti al Senato americano, alla Casa Bianca e al Segretariato Generale dell’ONU, come pure in innumerevoli trasmissioni radiofoniche e televisive.

Numerose metropoli con i piedi nell’acqua già entro fine secolo

Secondo Strauss l’aumento del livello degli oceani "basta per cancellare dalle carte geografiche gran parte delle città costiere" e a far “sloggiare 280 milioni di persone”. Una parte importante della popolazione delle grandi metropoli costiere si troverà infatti con i piedi nell’acqua già entro la fine de secolo. Alcuni esempi: il 31% del territorio di Hong Kong finirà sotto il livello del mare, come pure il 39% di quello di Shanghai, il 27% di Bombay, il 24% di Calcutta, il 92% di Amsterdan, il 43% di Bangkok e il 43% di Miami. Per la capitale indonesiana Giacarta è già troppo tardi, visto che già oggi il 40% dei suoi 10 milioni di abitanti alloggia in quartieri situati sotto il livello del mare, quartieri che saranno completamente sommersi entro il 2050. Il governo indonesiano ha dunque dovuto decidere di trasferire la sua capitale verso l’isola di Borneo a partire dal 2024.

Laddove sarà possibile, si prevede di costruire dighe per proteggere gli abitati

Il problema non è solo l’innalzamento del livello del mare in sé, ma anche e soprattutto le enormi masse d’acqua spinte verso le coste dagli uragani, che diventano sempre più potenti più si scaldano gli oceani e che possono provocare entro poche ore un aumento del livello del mare anche di 7-8 metri. A titolo di esempi di questo fenomeno val la pena ricordare l’uragano Dorian, che ha investito alcune settimane fa le Bahamas con una marea alta 7 metri, e l’uragano Sandy, che colpì e inondò Nuova York il 29 ottobre del 2012, provocando la morte di 44 persone e 19 miliardi di dollari di danni e paralizzando per giorni la capitale economica americana. Per cercare di limitare i danni, dove sarà tecnicamente e finanziariamente possibile, si provvederà alla costruzione di dighe e di stazioni di pompaggio. Ad esempio a Nuova York, dove il 37 % degli edifici della punta di Manhattan saranno esposti regolarmente alle onde degli uragani entro il 2050 e dove il 20 % delle strade arrischiano di essere sommerse in modo permanente entro il 2100.  Per far fronte a questa emergenza la municipalità della grande mela ha avviato un costosissimo programma di messa in sicurezza dei suoi 850 km di coste. Si calcola che per mettere al riparo il solo estuario dell’East River, ci vorranno lavori per un costo complessivo di circa 120 miliardi di dollari. Da dove prendere queste enormi somme ad oggi nessuno lo sa, ma i primi lavori sono già stati avviati.

I meno fortunati sono gli abitanti delle isole dell’Oceano Pacifico

Secondo uno studio pubblicato l’anno scorso nella rivista Science Advances, migliaia di atolli tropicali del Pacifico saranno inabitabili entro il 2050. Ciò non perché saranno già stati completamente sommersi dal mare, ma perché l’innalzamento del livello del mare avrà inquinato con acque salmastre le falde acquifere e compromesso il loro approvvigionamento con acqua potabile. Comunque sia, occorrerà trovare soluzioni per ridistribuire tutti questi ”rifugiati climatici”, siano essi abitanti di sperduti atolli del Pacifico o sfollati delle grandi megalopoli costiere. Si tratta, come si può ben immaginare, di un lavoro titanico, che dovrà svolgersi sull’arco di diverse generazioni.

Già 10.8 milioni di sfollati interni per motivi climatici nella prima metà del 2018

Secondo l’IDMC (International Displacement Monitoring Centre) l’anno scorso si sono registrati 16 milioni di “sfollati interni” per motivi climatici”, ossia di persone che, pur restando nel loro paese, hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni a causa di catastrofi climatiche. Nel primo semestre di quest’anno gli sfollati interni erano già 10,8 milioni e la Banca Mondiale prevede che entro i prossimi 30 anni oltre 140 milioni di persone saranno costrette ad emigrare dai loro paesi per motivi legati al clima.

Negli USA l’esodo è già cominciato

Negli Stati Uniti il grande esodo climatico è iniziato nelle Florida Keys. Sempre più persone sono infatti costrette ad abbandonare le loro abitazioni a causa del succedersi sempre più rapido di inondazioni. Le autorità della Florida hanno quindi iniziato a comperare le abitazioni più compromesse situate in riva al mare. Queste abitazioni abbandonate vengono poi spianate con le ruspe per far posto al mare. Operazioni simili sono in corso nelle zone oramai inondabili di Staten Island, New York, Houston e New Orleans. La Florida è lo stato USA più minacciato dall’innalzamento del livello del mare e si calcola che nei prossimi decenni circa 6 milioni di floridiani saranno costretti ad abbandonare le loro abitazioni in riva al mare per ricostruirsi un’esistenza altrove in zone più elevate.

Entro la fine del secolo saranno ben 13 milioni gli americani costretti a lasciare le loro abitazioni a causa dell’innalzamento del livello degli oceani. Il Department of Housing and Urban Development degli USA ha stanziato quest’anno 16 miliardi di dollari per un cosiddetto “fondo di resilienza ai cambiamenti climatici” destinato a finanziare misure atte a contrastare i peggiori effetti delle inondazioni e degli uragani. Nove stati dell’unione, più Puerto Rico e le Virgin Islands, ne faranno uso, chi per costruire dighe, chi per mettere le case su palafitte o per finanziare il trasferimento dei residenti in zone più sicure. Questa somma rappresenta tuttavia solo una piccola frazione di quanto sarà necessario per risolvere il problema sul lungo termine.

Colpita anche l’Europa Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances (Science Advances: "Higher probability of compound flooding from precipitation and storm surge in Europe under anthropogenic climate change") le regioni europee che saranno maggiormente sottoposte al rischio di ripetute alluvioni dovute all’innalzamento del livello dei mari, alle mareggiate e agli uragani sono la costa occidentale della Gran Bretagna, la Francia settentrionale, le coste orientale e meridionale del Mare del Nord e la costa orientale del Mar nero. Nei Paesi Bassi il rischio di inondazioni sarà moltiplicato per tre e lungo la costa sud-occidentale della Norvegia addirittura per cinque.