Notizie positive

Crollo del carbone in Europa

Articolo del 26 agosto 2019

In molti paesi europei parte dell’elettricità viene tuttora prodotta in centrali alimentate a carbone, tuttavia, nel primo semestre di quest’anno, il consumo di carbone è crollato del 19 percento

Porta il titolo “The Great Coal Collapse of 2019”, ossia “Il grande collasso del carbone del 2019”, il rapporto appena pubblicato da Sandbag nella sua serie di quaderni dal titolo “Europe’s Power Transition”. Sandbag è un’organizzazione non-profit fondata nel 2008 e che s’impegna per una politica europea efficace di lotta al riscaldamento climatico. Dal 2015 Sandbag incoraggia in particolare i responsabili politici a fissare un prezzo per le emissioni di CO2 e a stabilire limiti più severi per queste emissioni.

In questi ultimi mesi, le notizie sul calo del carbone nel mix energetico di numerosi paesi si sono fatte sempre più positive. Il calo complessivo del 19% di questo combustibile fossile, riportato nei primi 6 mesi di quest’anno, sempre che il trend prosegua fino alla fine dell’anno, avrà per effetto di far calare le emissioni di CO2 dell’Unione Europea di 65 milioni di tonnellate, ossia dell1,5%. Va notato che le emissioni di CO2 dell’UE causate dal carbone sono già diminuite del 30% dal 2012 al 2018. In Europa il carbone rimane tuttavia ancora responsabile del 12% delle emissioni di questo gas a effetto serra.  

I paesi più virtuosi

In termini assoluti la Germania è stato il paese più virtuoso, con un calo del 22%, ma in termini relativi è stata battuta platealmente dalla piccola Irlanda, che il suo consumo di carbone l’ha ridotto addirittura del 79% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I meno virtuosi sono stati i paesi dell’est che hanno proceduto all’istallazione di pochissimi impianti eolici e fotovoltaici.

Secondo Phil MacDonald, direttore operativo di Sandbag, “Il declino del carbone nella prima metà di quest’anno è senza precedenti ed è dovuto all’accelerazione nel dispiegamento degli impianti eolici e fotovoltaici e all’introduzione o all’aumento della tassa sul CO2 in diversi paesi europei”. Presi assieme, questi tre fattori hanno compromesso la redditività delle centrali elettriche a carbone e, se questo trend dovesse continuare, l’Europa occidentale potrebbe ritrovarsi priva di centrali elettriche a carbone ben prima del 2030.

Aumentare il prezzo del CO2 per costringere tutte le centrali a carbone a chiudere

Far pagare un prezzo per le emissioni di CO2 è lo strumento più efficace per ridurre le emissioni di questo gas serra. Rendendo più cara l’energia prodotta tramite carburanti fossili, si incentiva infatti l’industria e i consumatori a scegliere tecnologie a basso impatto climatico. Vi sono due modi per imporre un prezzo alle le emissioni di CO2: il sistema “cap and trade” (mercato delle emissioni) e la tassa sul CO2. 

“Cap and trade” è un Sistema che fissa delle quote per le emissioni che una compagnia ha il diritto di produrre. Essa può tuttavia comperare o vendere queste quote, in altri termini una compagnia che riduce le sue emissioni di CO2 può vendere le sue quote non utilizzate a un’altra impresa, che di emissioni ne produce di più. In tal modo ottiene una ricompensa finanziaria, mentre quella che produce più emissioni deve comperare quote supplementari e rimane penalizzata finanziariamente. Il sistema di "cap and trade" introdotto dall’Unione europea si chiama EU Emissions Trading System (ETS).

La tassa sul CO2 viene invece imposta direttamente dai singoli stati sui combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) e rende dunque più care le energie fossili a vantaggio di quelle rinnovabili come l’idroelettrico, l’eolico e il fotovoltaico. In Europa la tassa sul CO2 è già stata introdotta in vari paesi, come la Francia, il Regno Unito e i paesi scandinavi, ed è in via di introduzione in altri. In Svizzera, ad esempio, la tassa sul CO2 è applicata dal 2008 agli olii da riscaldamento e ha permesso di ridurre negli ultimi anni le emissioni di CO2 di questo settore. Nel nostro paese, tuttavia, essa non si applica ancora ai propellenti fossili delle automobili, come benzina, diesel e gas, e nemmeno al kerosene degli aerei. Un tentativo di applicarla a tutti i carburanti fossili è stato bocciato di misura nel dicembre dell’anno scorso dal parlamento federale col voto contrario del Partito Liberale Radicale (PLR), dell’Unione Democratica di Centro (UDC) e di Fabio Regazzi del Partito Popolare Democratico (PPD).

L’eolico, il fotovoltaico e il gas rimpiazzano il carbone

La metà del calo del carbone in Europa è imputabile alla crescita dell’eolico e del fotovoltaico, l’altra metà è stata sostituita dal gas, che è pur sempre di origine fossile, ma meno inquinante del carbone. La produzione europea di elettricità tramite l’eolico e il fotovoltaico è cresciuta nel primo semestre del 2019 di 32 terawattore (TWh) rispetto allo stesso periodo del 2018. Di questa crescita delle rinnovabili i 4/5 sono da attribuire all’eolico, che ha visto la messa in esercizio di diversi grandi parchi eolici marini, e il quinto restante al fotovoltaico. La percentuale di elettricità generata dalla combustione di biomassa è rimasta pressoché invariata, in linea con la tendenza crescente di escludere la biomassa dagli incentivi (vedi articolo "Chi si riscalda bruciando pellet aggrava il surriscaldamento del clima" del 20 agosto 2019). Il 95% della crescita dell’eolico e del solare è attribuibile ai paesi dell’Europa occidentale, Germania in testa. Solo il 5% dei nuovi impianti eolici e fotovoltaici è stato istallato nei paesi dell’Est. Del totale di 17’000 megawatt (MW) di fotovoltaico istallati in questo primo semestre 2019 in Europa, la Polonia ne ha istallati solo 39, la Cechia 26, la Romania 5 e la Bulgaria 3 MW. In Cechia e in Bulgaria l’uso della lignite, la forma di carbone più inquinante, è addirittura leggermente aumentato. All’Est rimane dunque molto da fare per convincere i governi a dare una spinta alle rinnovabili.

Anche la sostituzione del carbone con gas fossile riduce le emissioni di CO2

La produzione di 1 kWh di elettricità tramite la combustione di lignite genera 373 grammi di CO2. La lignite, che viene ad esempio utilizzata nelle centrali elettriche tedesche, è una forma di carbone il cui processo di carbonificazione non è ancora stato del tutto completato e che è caratterizzata da un'umidità relativa piuttosto elevata, mediamente superiore al 21%. Il che ne fa un combustibile di basso pregio, anche se poco costoso. Anche la combustione di carbone classico, ossia l’antracite, provoca 341 grammi di CO2 per kWh. Sostituendo però in una centrale elettrica queste due forme di carbone con gas fossile (quello che ci vendono come “gas naturale”) le emissioni di CO2 possono essere ridotte di oltre il 40%. Infatti la produzione di 1 kWh di elettricità tramite gas genera solo 201 grammi di CO2. Ecco perché, di fronte alla crescente tassazione delle emissioni di CO2, Germania, Spagna, Italia e Francia stanno convertendo molte delle loro centrali elettriche a carbone in centrali a gas.

La chiusura delle centrali a carbone

Negli ultimi anni numerosi paesi dell’Unione Europea avevano manifestato la loro intenzione di chiudere definitivamente le centrali a carbone, ma l’anno scorso solo il 3% di queste centrali ha chiuso i battenti. Il fatto è che nel 2018 il prezzo del gas era alle stelle e quello del carbone al più basso, tendenza che s’è invertita solo verso la fine dell’anno scorso. In assenza di divieti statali tassativi anche il libero mercato dell’elettricità si rivolge di regola verso il combustibile meno costoso, anche se è il più inquinante. Da notare che in Germania l’estrazione di carbone è stata sovvenzionata dallo stato fino alla fine dell’anno scorso. Ora tuttavia le centrali a carbone restanti lavorano in gran parte in deficit, da un lato perché gli impianti eolici e fotovoltaici più recenti costano oramai meno di quelli che funzionano con carburanti fossili, dall'altro anche a causa dell’aumento delle tasse sul CO2. Infatti, confrontata ai crescenti disastri climatici e alla svolta in un’opinione pubblica sempre più preoccupata dal surriscaldamento del clima, anche la politica comincia a reagire, vedi ad esempio qui in Svizzera la recentissima svolta climatica del Partito Liberale Radicale.

Resta comunque da tenere d’occhio un pericolo incombente: quello della sostituzione del carbone col gas e con la biomassa. Per salvare il clima le centrali a carbone vanno infatti tutte chiuse definitivamente e non convertite a bruciare gas fossile o alberi.

Sandbag ha dunque espresso le seguenti raccomandazioni ai governi e ai politici europei:

  • Aumentate le tasse sul CO2, inasprite i limiti all’inquinamento dell’aria e ponete termine a qualsiasi tipo di sovvenzione alle energie fossili
  • Incoraggiate gli investitori a investire non solo nell’eolico e nel fotovoltaico, ma anche nello stoccaggio di energia e in un’interconnessione più flessibile delle reti elettriche e velocizzate soprattutto la chiusura delle centrali a carbone   

Malgrado i progressi fatti, il dispiegamento dell’eolico e del fotovoltaico è infatti ancora troppo lento, in particolare in paesi come la Polonia, la Cechia, la Romania, la Bulgaria e la Grecia. Bisogna infatti tener conto del fatto che non si tratta solo di sostituire l'energia elettrica prodotta con le fossili, ma anche di coprire il crescente fabbisogno di elettricità dovuto alla progressiva elettrificazione del settore dei trasporti. Ecco perché occorre raddoppiare in tutti i paesi europei, inclusa la Svizzera, la velocità di dispiegamento delle rinnovabili. 

In calce ancora una notizia positiva dagli Stati Uniti, dove la parte del carbone nella produzione di energia elettrica è passata in soli 4 anni dal 39% al 27,4% e ciò nonostante le promesse di incentivare il carbone fatte da Donald Trump.