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Clima: “FUORI CONTROLLO”

Articolo del 01 settembre 2019

Secondo gli studi più recenti, abbiamo solo ancora l’1% di probabilità di non oltrepassare il limite di +1,5°C di riscaldamento climatico e appena il 5% di non sorpassare quello del +2°C

Ad utilizzare il termine “Out of control” non sono ecologisti radicali, bensì la squadra di economisti del World Economic Forum di Davos (WEF) nel loro 14° Global Risk Report, e il WEF non è certo un’organizzazione che pecca per estremismo. Va notato che fino all’autunno dell’anno scorso, a dominare la lista dei rischi per l’economia globale stilata dal WEF, erano sempre stati temi di pura natura economica. Il fatto è che l’IPCC, il gruppo intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico che raggruppa i maggiori specialisti del mondo in materia di clima, ha dichiarato chiaramente nel suo rapporto, pubblicato in occasione della conferenza del dicembre scorso a Katowice in Polonia, che le emissioni globali di CO2 devono assolutamente calare di almeno il 40% entro il 2030 e devono essere azzerate in ogni caso entro il 2050. Secondo l’IPCC si tratta del minimo sotto il quale non si può scendere se si vuole evitare che il mondo si riscaldi in modo tale da mettere in forse la sopravvivenza dei paesi più vulnerabili

La situazione è già drammatica attualmente

David Titley, professore di meteorologia e di affari internazionali e direttore del “Center for Solutions to Weather and Climate Risk” alla Pennsylvania State University, fa notare che tutta una serie di studi scientifici pubblicati recentemente indicano che abbiamo solamente ancora il 5% di probabilità di fermare il riscaldamento climatico a +2°C e appena una probabilità su 100 per fermarla a +1,5°C, obiettivo, quest’ultimo, che era stato fissato nell’accordo di Parigi sul clima del 2015. Secondo Titley, anche se tutte le emissioni di CO2 dovessero cessare come per incanto oggi stesso, saremmo oramai già bloccati ad almeno +1,5°C.

Siamo già oggi a +1,3°C

Va notato che secondo l’accordo di Parigi il limite di +1,5°C di riscaldamento climatico va calcolato in base alle temperature rilevate prima del 1850, ossia al livello delle temperature dell’era preindustriale. Se si tiene conto di questo fatto siamo già oggi a +1,3°C e ci mancano solo 0,2°C per varcare la fatidica soglia di +1,5°C, oltre la quale si profila il disastro. Quando si parla di temperatura media non si considera infatti solo quella della terraferma, ma anche quella che vige alla superficie degli oceani, i quali si riscaldano molto più lentamente. Secondo l’IPCC, la temperatura media sulla terraferma oltrepassa già oggi di +1,53°C quella dell’era preindustriale e fra il 20 e il 40% della popolazione mondiale vive oramai in zone in cui le temperature medie sono già aumentate di più di 1,5°C.

In molte regioni i disastri climatici si contano già oggi a decine

Ecco alcuni esempi: 

  • In Europa la canicola senza precedenti dell’estate 2003 ha causato 70'000 morti suppelentari rispetto a un’estate normale. A Parigi, per mancaza di posto negli obitori, si dovettero impilare i cadaveri nelle celle frigorifere del mercato ortofrutticolo di Rungis.  
  • Negli Stati Uniti gli uragani Katrina (2005) e Maria (2017) hanno causato quasi 5'000 morti e danni per oltre 220 miliardi di dollari, senza contare l’uragano Mich (1998), che ha causato quasi 19'000 morti nel vicino Messico.
  • Nel Kalahari, una zona semidesertica che si estende nell’Africa australe dalla Namibia al Sudafrica, passando per il Botswana, le temperature medie sono aumentate dal 1960 di 2°C e il clima sta diventando troppo caldo anche per gli uccelli.
  • Inondazioni, siccità, incendi di foreste e cicloni costano già oggi al Sudafrica il 10% del suo prodotto nazionale lordo (Ricerca della Stanford University appena pubblicata nella rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”)
  • Nello Zimbabwe si sta facendo strada una terribile carestia. 5 dei 16 milioni di abitanti che conta il paese sono vittime di Idai (marzo 2019), un ciclone senza precedenti che ha devastato tutto l’Est del paese, distruggendo i loro raccolti, le abitazioni e le vie di comunicazione e arrischiano ora di morire di fame (Fonte: World Food Programme, agenzia dell’ONU che si occupa di assistenza alimentare e che è la più grande organizzazione umanitaria del mondo)
  • Senza poi contare i giganteschi roghi nelle foreste artiche della Siberia, dell’Alaska e del Canada e in quelle pluviali dell’Amazzonia, dell’Africa e dell’Indonesia, le siccità senza precedenti in India, Australia e Africa australe e i tifoni sempre più violenti che colpiscono l’asia orientale,  ecc.

Ma chi ha stabilito il limite di +2°C?

Per quanto curioso possa sembrare, il limite di +2° di riscaldamento climatico non è stato fissato dai meteorologi. Le sue origini sono da ricercare in un documento pubblicato nel 1975 dal Premio Nobel americano William Nordhaus, un economista che insegna alla prestigiosa Università di Yale. In questo documento dal titolo “Can We Control Carbon Dioxide?”, Nordhaus afferma che la scienza non può essere la sola a fissare un limite alle emissioni di CO2, ma che occorre anche prendere in considerazione i bisogni della società e le tecnologie disponibili e conclude affermando che un tenore massimo ragionevole di CO2 nell’atmosfera sarebbe il doppio di quello preindustriale, il quale, secondo lui, avrebbe provocato un aumento della temperatura media di 2°C.

Fu solo in seguito che i climatologi e la comunità scientifica iniziarono a quantificare l’impatto effettivo del riscaldamento climatico. Così nel 1990 lo Stockholm Environmental Institute arrivò alla conclusione che la soluzione più sicura sarebbe stato un riscaldamento di al massimo +1°C, riconoscendo tuttavia che si trattava già allora di un obiettivo probabilmente irrealistico.

Alla fine degli anni ’90 e all’inizio di questo millennio s’è poi fatta strada in ambito scientifico la convinzione che il riscaldamento climatico seguisse un andamento non lineare e che sulla sua strada vi fossero punti critici di non ritorno, come ad esempio lo scioglimento del permafrost e il cambiamento delle correnti atmosferiche e marine, fenomeni, questi, che si stanno puntualmente verificando a conferma delle teorie di allora.  

Siamo sulla via di +4°C

Secondo gli ultimi scenari dell’IPCC è molto probabile che i limiti di +1,5°C e +2°C vengano superati e tutto sta ad indicare che si va dritti verso un’atmosfera di 4°C più calda di quella di oggi. Da notare che nel 1900 la temperatura media (estate-inverno, giorno-notte, alta montagna-pianura) in Svizzera era di soli 4°C. Ora fra i +2 e i +4 gradi i rischi aumentano in modo esponenziale. Già oggi le prospettive per le barriere coralline sono pessime (vedi rapporto appena pubblicato dall’agenzia governativa australiana che si occupa della conservazione del Great Barrier Reef), il permafrost si scioglie ad un ritmo che era stato previsto solo per la fine del 21° secolo, il livello degli oceani si alza a un rimo sempre più rapido a causa della fusione dei ghiacciai della Groenlandia e dell’Antartide e i fenomeni meteorologici estremi siccità e uragani) si stanno facendo sempre più gravi. Tutto ciò mentre purtroppo le emissioni di CO2 dovute all'utilizzo di combustibili fossili non accennano affatto a diminuire, anzi, continuano ad aumentare!