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Petrolio? Business as usual ... anzi peggio: crescita del 12% entro il 2030

Articolo del 03 maggio 2019

Mentre il tenore di CO2 nell’atmosfera aumenta inesorabilmente di anno in anno, facendo aumentare la febbre del nostro pianeta, l’industria petrolifera si appresta allegramente a investire altri 4'900 miliardi (4,9 trilioni) di dollari nella prospezione di nuovi giacimenti di combustibili fossili

Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) l’obiettivo di Parigi di limitare il riscaldamento climatico a 1,5°C può essere raggiunto solo con un rapido e drastico taglio del consumo di carbone, petrolio e gas e il passaggio dell’intero settore dei trasporti all’elettrico.

Lo spettacolare crollo dei prezzi del greggio nel 2014 aveva spinto le majors del petrolio a ridurre drasticamente i loro investimenti nella prospezione di nuovi giacimenti di petrolio e gas e aveva fatto sperare in una riduzione a termine del consumo di questi combustibili fossili. 

Cambio di scenario: i prezzi sono risaliti e le majors si apprestano ora a pompare altre migliaia di miliardi di dollari nella prospezione di nuovi giacimenti. Si tratta di investimenti assolutamente incompatibili con gli obiettivi dell’accordo di Parigi sulla salvaguardia del clima, ma nessun governo ha osato finora sfidare la potentissima lobby delle energie fossili, per nulla intenzionata a mollare un business, col quale ha fatto soldi a palate.

Crescono le pressioni sui giganti delle energie fossili

L’industria del petrolio e del gas si vede tuttavia confrontata a una crescente opposizione, sia da parte dell’opinione pubblica, sia da parte dei grandi investitori, che temono, a termine, un crollo del valore dei loro investimenti in questo settore. La pressione si fa sentire soprattutto in Europa, dove gli attivisti per la salvaguardia del clima hanno inscenato in queste ultime settimane diverse azioni spettacolari. A Londra, ad esempio, gli attivisti di Extinction Rebellion hanno dato l’assedio una quindicina di giorni fa alla sede della Shell, mandandone in frantumi le vetrate. Pochi giorni dopo altri attivisti hanno bloccato diversi siti simbolici in Francia, fra cui il quartier generale di Total, un altro gigante del petrolio.

Ma le pressioni non provengono solo dai movimenti ambientalisti, anche i grandi investitori, i quali cominciano ad chiedersi se il riscaldamento non arrischi di compromettere il valore dei loro investimenti. Va ricordato che diversi di questi investitori hanno già annunciato di voler disinvestire dal settore delle energie fossili.

Primi timidi passi a favore del clima da parte delle majors europee

Le big delle fossili, BP, Chevron, ExxonMobil, Saudi Aramco, Shell, Total e diverse altre, si sono unite per fondare la “Oil and Gas Climate Initiative” (OGCI), dotandola di un capitale di alcuni miliardi di dollari destinati a finanziare iniziative volte a ridurre le emissioni di gas serra. Le compagnie petrolifere stanno pure tentando di diminuire le emissioni di gas metano, generate durante il processo di estrazione di petrolio dal sottosuolo.

Le più attive in questo campo sono le compagnie petrolifere europee, che sono anche quelle che hanno finora subito le maggiori pressioni. Equinor, la compagnia petrolifera di stato norvegese, conosciuta in passato sotto il nome Statoil, ¨la francese Total, l’olandese Royal Dutch Shell e la britannica BP (British Petroleum), come pure Glencore, la più grande compagnia mondiale attiva in campo minerario e nel commercio di materie prime, hanno iniziato ad impegnarsi affinché il loro business diventi più eco-sostenibile.

Dopo una serie di colloqui con esponenti di Climate Action 100+, un gruppo di 300 investitori che gestisce oltre 33 trilioni (33'000 miliardi) di dollari di investimenti e che fa pressione sulle aziende attive nel campo del petrolio del gas e del carbone affinché abbandonino le energie fossili, Equinor ha annunciato di voler adattare la sua strategia agli obiettivi dell’accordo sul clima di Parigi rivedendo la sua politica di investimenti e di lobbying. Shell e BP hanno annunciato dal canto loro di voler rapportare le paghe di certe categorie di impiegati al raggiungimento di obiettivi climatici, mentre Total ha fissato degli obiettivi climatici a corta scadenza per ridurre il proprio impatto ambientale.

Se le cose andranno secondo il volere delle compagnie petrolifere, le emissioni di CO2 continueranno ad aumentare

Tuttavia nessuna di queste compagnie si è finora impegnata a ridurre l’estrazione e la commercializzazione di petrolio e gas in un prossimo futuro, anzi, le previsioni sono a un rialzo del consumo di petrolio e gas del 12% entro il 2030. Ciò nonostante alcune di loro stanno effettuando primi timidi passi per una maggiore protezione del clima, come ad esempio la Shell, che ha fondato una società affiliata attiva nel campo delle energie rinnovabili, la Shell Energy, la quale ha sorpreso recentemente gli osservatori, annunciando di voler diventare il principale produttore mondiale di energia elettrica entro il 2030. Oppure come l’italiana ENI, che, per controbilanciare il CO2 prodotto dal petrolio e dal gas da lei estratti, promette di investire somme ingenti nella riforestazione.

Molto meno esposte alle pressioni in materia climatica sono invece le majors statunitensi, che possono avvalersi del sostegno di Donald Trump, un presidente che nega addirittura l’evidenza del riscaldamento climatico. ExxonMobil, ad esempio, ha appena bloccato con successo il tentativo di un gruppo di azionisti che intendevano far votare l’assemblea su una serie di obiettivi destinati a limitare le emissioni di CO2. È invece andata meno bene alla Chevron, che ha tentato di bloccare un’iniziativa analoga dei suoi azionisti, ma che ne è stata impedita dalla Securities and Exchange Commission, l'ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa.

La riduzione del CO2 dipende dalla volontà dei politici

La rapida eliminazione di carbone, petrolio e gas dalle nostre economie è l’unico modo per limitare in modo drastico le emissioni di CO2 e per riuscire a contenere il riscaldamento climatico entro 1,5°C, ma questo obiettivo non potrà essere raggiunto affidandosi al buon senso delle aziende che sui combustibili hanno costruito le loro fortune. Senza una chiara volontà politica dei nostri parlamenti e governi la transizione energetica rimarrà una chimera. La buona notizia è che i politici sono anch’essi rinnovabili e che alla fine sarà l’opinione pubblica a spingerli ad agire.